Congetture su di un golpe “alla turca” (avete presente i cessi?)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo contributo sul golpe in Turchia

di Giorgio Gattei*

In vacanza si diventa lettori bulimici di quotidiani ed ecco alcune considerazioni congetturali sul golpe turco del 15 luglio 2016.

Intanto va subito detto che non si è trattato affatto di un golpe “finto” perché Erdogan ha veramente rischiato di finire ammazzato. In un golpe che si rispetti la prima cosa da fare è l’eliminazione non necessariamente fisica ma anche, se necessario, fisica del “tiranno (come dopo la “defenestrazione” di Mussolini il 25 luglio 1943 l’arresto il 26 luglio ad opera di Sua Maestà Vittorio Emanuele). Quindi i golpisti “in pectore” dovevano innanzitutto sapere dove si trova Erdogan il 15 luglio e la notizia è fornita loro direttamente dal suo aiutante militare in capo (che pagherà caro questo tradimento). Erdogan è in vacanza a Marmaris sul Mar Egeo ed ecco che si attiva subito un “commando” per farlo fuori. Ma quando si assalta l’albergo (c’è il video), il “tiranno” non c’è più perché anche Erdogan ha i suoi informatori che l’hanno avvertito del golpe e a bordo del suo aereo privato ha già abbandonato la Turchia per rifugiarsi (così dicono) in Germania – e fino a questo momento il golpe sembra riuscire.

Però inaspettatamente la Germania gli nega l’atterraggio (e la Germania pagherà per tanto sgarbo), costringendolo a rientrare a Istanbul a trincerasi nell’aeroporto internazionale “Ataturk” per trasformare il golpe in controgolpe. L’aeroporto viene interdetto ad ogni altro aereo ed è questa la notizia giornalistica che avverte il mondo del golpe in corso, quando invece esso sta già fallendo. Perché Erdogan, a differenza a differenza del povero Morsi che in Egitto è stato “fregato” dal golpe militare di Al Sisi, sarà capace di rovesciarne le sorti a proprio favore. E come ce la fa? Il suo colpo di genio, che tutta la stampa internazionale gli riconosce, è quello di chiamare via social net i propri sostenitori alla mobilitazione di piazza, mostrandosi in video del tutto vivo e vegeto ed incitando: “andate in piazza e restateci. Questa è una cosa che non si risolve in 12 ore”. E le piazze, ad Istanbul e soprattutto ad Ankara, si riempiono dei suoi sostenitori che prendono il sopravvento sui carri armati “golpisti”, tanto che i giornali intitoleranno euforici: “”La rete batte i tanks!”, come se ciò fosse possibile. Ma quando mai?

In un golpe che si rispetti vengono proclamati subito coprifuoco e legge marziale e poi si spara dai carri armati contro qualsiasi assembramento ostile di piazza. Nel maggio 1968 il generale De Gaulle era deciso a far questo (anche se poi non ne ha avuto bisogno perché i dimostranti si sono ritirati), ma è soprattutto il caso di piazza Tien an men nel 1989 che dovrebbe essere tenuto a mente. Stiamo sempre a commuoverci per il giovanotto che con la borsa della spesa in mano ferma la colonna dei carri armati, ma nulla sappiamo di cosa hanno poi combinato quegli stessi carri la notte dello “sgombero” della piazza (a tutt’oggi non conosciamo nemmeno il numero dei morti). E invece che cosa succede in Turchia? Che i dimostranti fermano i tanks che stranamente non sparano, ci saltano sopra, li affumicano e appena i soldati si affacciano dalle torrette li tirano su per la collottola. Ma quando mai si è visto tanto coraggio di piazza e tanta remissività militare? Ricordo un solo precedente: fu quando Boris Eltsin affrontò, praticamente da solo, i carri armati del golpe “comunista” del 1991 e addirittura da una torretta tenne un comizio ai suoi sostenitori accorsi a difenderlo. A difenderlo? Ma se lui sapeva che quei carri armati erano usciti dalle caserme senza munizioni ed erano quindi dei carri “disarmati”!

Dobbiamo immaginare che lo stesso possa essere successo il 15 luglio in Turchia. Ci dicono che col controgolpe sarebbero stati arrestati 6000 militari: tutti golpisti o non piuttosto e soprattutto povere reclute di leva comandate a portarsi a presidiare ponti e piazze in una esercitazione militare di mezza estate? E che tale dovesse essere il senso della manovra non era forse assicurato dal fatto che nessuno aveva ordinato loro di armare i mezzi militari? Così quei carri erano inoffensivi, a meno che non si mettessero a correre addosso ai dimostranti che li contrastavano, ma sulla base di quale ordine di servizio se non (forse) quello ricevuto di una uscita pacifica “in notturna”? Può darsi che i caporioni del golpe credessero che bastasse mostrare le armi per spaventare Erdogan senza prevedere un eventuale “bagno di sangue”, ma se così avevano sottovalutato il personaggio, soprattutto se a lui era noto che i tanks usciti dalle caserme non erano “munizionati” (come lo avrebbe potuto avvertire un altro traditore, pure lui da ricompensare). Ecco perché può darsi che ci fosse ben poco pericolo nelle strade, tanto che alla fine si conteranno dai 260 ai 310 morti, tutti compresi, che sono veramente un po’ pochi per un golpe che si rispetti. Il controgolpe non avrà invece tanti riguardi se si dice che gli arrestati siano arrivati alla cifra record di 60.000 persone.

Ma il provvedimento più paradossale è un altro, ossia la decisione di cancellare le ferie estive ai dipendenti pubblici. Un marxista di stretta osservanza denuncerebbe l’aumento dello sfruttamento, del cosiddetto “pluslavoro assoluto”, ma la questione è più complicata. La motivazione del provvedimento è che adesso, con tutti quegli arrestati soprattutto nell’amministrazione dello Stato, c’è del lavoro che rimarrebbe inevaso se non ricadesse sulle spalle degli impiegati rimasti fedeli al regime. Ed è a costoro che si offre la ghiotta occasione di prendere il posto degli arrestati, occupando scrivanie altrui ed anche, eventualmente, avanzando di carriera. Allora perché non approfittarne? Il che mi ricorda quando Mussolini cacciò gli ebrei dalle professioni pubbliche e private ed i “gentili” (ossia i cristiani) non se ne adontarono più di tanto scorgendovi l’opportunità di prendere i loro posti. Alle volte è così che i tiranni si guadagnano dei “fedelissimi”.

* Già docente di Storia del Pensiero Economico all'Università di Bologna

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