N.B: i referendum confermativi non prevedono alcun quorum, per cui per respingere la riforma la sola cosa giusta da fare è andare a votare e votare NO!
Sono ormai passati 25 anni da quando – per la prima volta – fu approvata a colpi di maggioranza una riforma della Carta Costituzionale. Si trattava di alcuni articoli del titolo V, quello riservato alle autonomie locali che dovevano divenire “differenziate”. Per la prima volta, una riforma costituzionale votata a maggioranza semplice ex art.138 è stata sottoposta a referendum confermativo. Consultazione che si svolse nell’autunno del 2001 tra il disinteresse dei più. La riforma fu approvata dai due terzi di coloro che si recarono alle urne (solo il 34% degli aventi diritto). Le conseguenze le abbiamo viste negli anni successivi, con i vari tentativi da parte delle regioni più ricche di avocare a sé molte delle prerogative previste dalla “autonomia differenziata”.
Cinque anni più tardi (nel 2006) quel precedente politico spianò la strada ad una riforma ben più corposa adottata da una diversa maggioranza, riguardante molti degli articoli della seconda parte della Costituzione. Riduzione dei parlamentari, fine del bicameralismo perfetto, riduzione dei poteri del presidente della Repubblica, aumento dei poteri del “Primo Ministro” (e non più del “Presidente del Consiglio”), introduzione della “sfiducia costruttiva”, “devoluzione” dei poteri alle Regioni, modifica della composizione della Corte Costituzionale: questi sono i principali punti della riforma che fu respinta dal 61,3% dei votanti (sul 52,5% degli aventi diritto) nel giugno del 2006. Una riforma chiaramente ispirata al progetto di “Rinascita democratica” messo a punto dalla loggia massonica P2 di Licio Gelli, condannato per bancarotta fraudolenta e depistaggio.
Scoperto nel 1981, il piano postulava la riduzione delle garanzie democratiche e prevedeva esplicitamente il passaggio ad un sistema bipartitico, il superamento del bicameralismo perfetto, il controllo della scuola e dei mass-media da parte di grandi gruppi privati, la riduzione del numero dei parlamentari, l’abolizione delle provincie e, non da ultimo, la riforma della magistratura. Tutti temi che, come noto, torneranno anche nei successivi tentativi di smantellamento della Costituzione.
Dieci anni più tardi, infatti, fu un’altra maggioranza parlamentare, questa volta trasversale, che provò a riprendere in mano grossomodo lo stesso progetto di riforma, comprendente ancora il superamento del bicameralismo perfetto, la riduzione dei parlamentari, l’abolizione delle province, la riduzione dei poteri del Presidente della Repubblica, la modifica della composizione della Corte Costituzionale e l’introduzione del premierato. E anche questa volta la riforma, sottoposta a referendum, fu sonoramente bocciata dal 59,1% dei votanti, a fronte peraltro di un’affluenza record per questo tipo di consultazione: 65,5%.
Nel 2020, infine, una nuova riforma costituzionale approvata da una maggioranza ancora diversa dalle precedenti ha ridotto il numero dei parlamentari da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori. Un taglio rilevante della rappresentanza politica, ancor più massiccio di quanto non fosse già stato previsto nelle due precedenti riforme, che passò con il SI’ di quasi il 70% dei votanti (che furono il 51,1% degli aventi diritto).
Oggi, per la quinta volta nella storia repubblicana, siamo chiamati ancora ad esprimerci su un referendum confermativo, a fronte di una riforma costituzionale approvata a colpi di maggioranza. E anche questa volta, come le precedenti, l’oggetto della riforma è nel solco del famigerato progetto di “rinascita democratica” della P2, e riguarda il sistema giudiziario, da ricondurre sotto il controllo del potere politico. La separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante, la riforma del CSM e la riduzione del potere di autogoverno dei giudici sono gli obiettivi di questa riforma che riguarda ben 7 articoli della Carta: l’87, il 102, il 104, il 105, il 106, il 107 e il 110. Il CSM sarebbe diviso in due parti, una per ciascuna delle due magistrature, e ne verrebbe profondamente modificata la modalità di nomina dei suoi componenti: mentre i membri togati sarebbero designati dal caso, quelli “laici” verrebbero sorteggiati da una lista di nominativi appositamente redatta dal Parlamento. Verrebbe inoltre istituita una Alta Corte Disciplinare al di sopra dei due rispettivi CSM.
Per questi motivi, invitiamo ancora una volta a votare
NO al prossimo referendum costituzionale del 22 e 23 marzo,
in difesa della Costituzione nata dalla Resistenza.
