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di Andrea Manganaro

Sono passati ormai più di 9 mesi da quando è emerso il mitico “caso 1” dell’epidemia di Covid in Italia, tal Mattia da Codogno. Quattro mesi più tardi, si erano già registrati in tutto il Paese 239mila casi e quasi 35mila morti, con un tasso di letalità pari al 14,5%, uno dei più alti al mondo, con picchi di poco inferiori al 18% nella regione più colpita, la Lombardia. Ma come è stato possibile tutto ciò? Queste cifre sono verosimili? Mattia è stato davvero il “caso 1”? Da quanto tempo circolava il virus in Italia? E quanti sono stati veramente i morti dovuti all’epidemia? Oggi disponiamo di diversi dati che ci possono permettere di tentare qualche risposta a questi quesiti, e di abbozzare qualche previsione su questo fenomeno che ha letteralmente sconvolto le nostre quotidianità per un periodo che si prospetta ancora lungo.

Le domande cui si tenterà di dare una risposta sono: 1) quante persone sono davvero venute in contatto col virus fino ad oggi?; 2) quanti sono stati davvero i decessi causati dall'epidemia? 3) quali sono le caratteristiche di questa seconda ondata? 4) Che cosa si può prevedere circa l'andamento dell'epidemia?

  1. Quanti casi

La prima domanda cui si deve rispondere per tentare di capire cosa sia successo è quella stimare quanti casi ci sono stati veramente, e quale sia stata la loro distribuzione temporale. Vediamo intanto quale è stata la distribuzione giornaliera dei casi effettivamente accertati.

Leggi il seguito in versione pdf qui

 


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Ci risiamo. Il prossimo 20 settembre saremo di nuovo chiamati a pronunciarci su un'altra riforma costituzionale. E' la terza volta in 15 anni, dopo quelle volute – ed entrambe sonoramente bocciate – da Berlusconi nel 2006 e da Renzi nel 2016.

Si tratta di una riforma votata in Parlamento dalla quasi totalità delle forze politiche. E questa è senz'altro la prima differenza rispetto ai due precedenti tentativi che furono invece approvati soltanto dalle rispettive maggioranze del momento. La seconda differenza, ancor più rilevante, è che in questa circostanza gli articoli modificati sono soltanto 3 (il 56, il 57 e il 59), e non diverse decine, come era invece avvenuto nei casi passati. Si tratta di differenze non di poco conto, visto che – almeno in questo caso – non è in discussione la forma di governo parlamentare.

Tuttavia, la torsione maggioritaria che verrebbe imposta da questa riforma, qualora dovessero vincere i “sì”, rimane fonte di grande apprensione per chi ha a cuore le tutele democratiche pensate dai costituenti del '48. E non a caso, oggi come nel 2016, ci troviamo al fianco dell'Associazione Nazionali Partigiani d'Italia in difesa della Costituzione. Pubblichiamo qui di seguito due documenti redatti proprio dall'ANPI che approfondiscono le ragioni del NO.

Volantino ANPI "Perché NO"

Documento ANPI "le ragioni del NO"

E' sconfortante pensare che questa riforma sia stata avanzata in nome di un taglio dei costi della politica il cui peso è infinitesimale in rapporto al totale della spesa pubblica. Se è il problema è il costo della politica, questo non lo si può fare senza tenere conto della qualità della democrazia. L'opposizione a questa riduzione della rappresentanza parlamentare non è soltanto una questione di principio. Il rischio è quello di una deriva maggioritaria che già era insita nelle precedenti riforme, e che già avevamo denunciato 4 anni fa: si tratta del "combinato disposto" di questa riforma con l'attuale legge elettorale in vigore (oggi il cd. Rosatellum, all'epoca il famigerato Italicum, poi bocciato dalla Corte Costituzionale). Pur senza arrivare alle aberrazioni dello Italicum, anche con l'attuale legge elettorale, infatti, il partito o la coalizione vincente avrebbero ottime chance di ottenere maggioranze parlamentari schiaccianti.

Alcuni istituti di ricerca, come ad esempio il Cattaneo Zanetto & co. (qui), hanno simulato il risultato di ipotetiche elezioni politiche sulla base dei risultati delle europee dello scorso anno. Ebbene, se gli schieramenti fossero quelli del 2018, il centrodestra (oggi a trazione leghista) potrebbe ottenere una maggioranza che sfiorerebbe i due terzi dei seggi pur ottenendo grossomodo la metà dei consensi. E questo già con i numeri delle vecchie camere. Con i numeri ridotti, la proporzione dei seggi della maggioranza diverrebbe ancora più alta, e sarebbe così molto più facile per una singola parte politica eleggersi il proprio Presidente della Repubblica, eleggersi i propri membri in seno al CSM e alla Corte Costizionale e, soprattutto, mettere mano ad una profonda revisione costituzionale, riducendo le minoranze al silenzio.

Per questi motivi, oggi come 4 anni fa, votiamo e invitiamo tutti a votare NO al referendum costituzionale del 20 e 21 settembre.


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di Andrea Manganaro

Questo articolo era stato scritto prima dello scoppio dell'attuale emergenza sanitaria dovuta al Covid-19. Prendeva spunto dal comunicato Istat di febbraio che comunicava l'ennesimo record negativo per le nascite in Italia.

Come si argomenta nel testo, il calo era ampiamente previsto e prevedibile a causa della struttura per età della popolazione (cioè ci sono sempre meno donne in età feconda), tant'è che i livelli di fecondità sono rimasti quelli del 2018. Il calo delle nascite è dunque da attribuirsi esclusivamente a quello i demografi chiamano "effetto struttura". La "non-notizia" aveva tuttavia sollevato un certo dibattito sulla stampa, a proposito della lunga crisi economica italiana e dell'assenza di prospettive per il Paese. In più, era (ri)emersa anche la vecchia "questione meridionale", per il fatto che il calo demografico riguarda soprattutto il Sud, non solo per i più bassi livelli di fecondità, ma anche per le maggiori emigrazioni.

Prendendo spunto da questo dibattito, si è quindi pensato di ricostruire la storia demografica del Paese - distintamente tra Nord e Sud - dal dopoguerra ad oggi. Ne sono emersi tre distinti periodi storici cui sono associati precisi eventi economici: 1) gli anni del boom economico (dal '52 al '73), in cui la popolazione è cresciuta più al Nord che al Sud; 2) gli anni del rallentamento e della svolta neoliberista (dal '74 al '97) in cui è cresciuta di più la popolazione al Sud; 3) gli anni dell'euro e della globalizzazione (dal 1998 al 2019), in cui la popolazione al Nord è tornata a crescere in misura maggiore. Per i dettagli, si rimanda alla lettura dell'articolo.

La conclusione, non riportata nel testo, è che esistano dei "cicli economici lunghi" (il riferimento a Kondratiev non è casuale) che determinano l'andamento demografico di un Paese. Ora, è probabile che l'epidemia in corso impatterà differentemente, almeno per quest'anno, sui livelli di mortalità nelle regioni del Nord ed in quelle del Sud. Inoltre, nel medio periodo è probabile che lo shock economico e il crollo del commercio con l'estero provocherà una drastica riduzione dei flussi migratori da e verso l'estero. Come conseguenza di tutto ciò, pertanto, è possibile immaginare un prossimo periodo in cui la popolazione potrebbe diminuire più al Nord che al Sud.

Leggi l'articolo qui