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Sono passati dieci anni da quando il “Maggio filosofico” si è occupato di questo tema. Ci trovavamo all'indomani delle elezioni politiche del 2008, quelle che videro il ritorno al governo delle destre con “il Popolo delle Libertà” (PdL), il cartello elettorale uscito dal cilindro del Cavaliere, con cui aveva inglobato i “post-fascisti” di AN. Erano anche le elezioni in cui vi fu il debutto del PD, il nuovo partito voluto e guidato da Walter Veltroni in cui erano confluiti i DS e la “Margherita”, a chiara vocazione maggioritaria. E furono anche le elezioni che videro, per la prima volta nella storia repubblicana, l'esclusione dal Parlamento di tutte le forze che facevano riferimento alla tradizione socialista o comunista. Clamoroso fu, infatti, il tonfo registrato dalla “Sinistra Arcobaleno”, cartello che comprendeva “Rifondazione Comunista”, i “Comunisti Italiani”, la “Sinistra Democratica” e i Verdi: non riuscendo a superare la soglia di sbarramento del 4%, non elessero nemmeno un deputato.

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Sono ormai passati 20 anni dal debutto dell'Unione Monetaria Europea e ne sono passati ormai 10 dalla "Grande Depressione" innescata dalla crisi dei mutui sub-prime negli USA. In questo periodo, l'Italia ha perso circa 6 punti percentuali di PIL in termini reali, e in termini pro-capite siamo allo stesso livello del 1999. Poco meglio è andata agli altri Paesi dell'Europa meridionale. Le divergenze macroeconomiche all'interno dei Paesi europei sono aumentate, così come sono cresciute le disuguaglianze sociali all'interno degli stessi Paesi. Il fallimento dell'austerità e dell'impostazione ordo-liberista è ormai sotto gli occhi di tutti, persino per ammissione stessa dei leader delle istituzioni europee.

Tutto questo ha portato ad una profonda trasformazione degli scenari politici nazionali. Le tradizionali forze del campo socialista e socialdemocratico hanno subito ovunque un forte ridimensionamento e in alcuni casi veri e propri tracolli; per contro, sono sorte un po' ovunque forze anti-sistemiche e populiste che in alcuni casi hanno le caratteristiche dell'estrema destra xenofoba e nazionalista, ed in altri hanno invece assunto richiami più movimentisti, ambientalisti e aspirazioni alla democrazia diretta.

Come è possibile risollevare le sorti del continente europeo? L'Unione (Monetaria) Europea si può cambiare o si deve abbattere? Sarà questo il tema che affronteremo in un incontro pubblico con Domenico Moro, sociologo e ricercatore Istat, autore del volume "La gabbia dell'euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra"; e con Toni Iero, economista e responsabile dell'Ufficio Studi di un noto gruppo bancario-assicurativo. L'incontro di terrà SABATO 26 GENNAIO alle ore 17,00 presso la Casa per la Pace "La Filanda" di Casalecchio di Reno, in via Canonici Renani, 8.

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Un'analisi del voto in prospettiva storica

di Andrea Manganaro

Non c'è dubbio: l'esito di queste ultime elezioni politiche costituisce un terremoto di proporzioni imprevedibili alla vigilia, le cui conseguenze politiche saranno probabilmente sistemiche. Molto più di quelle del 1992, considerate in qualche modo le ultime della cosiddetta “prima Repubblica”, forse di più anche rispetto a quelle del 1994 che sancirono – almeno nella prassi – l'avvio della cosiddetta “seconda Repubblica”.

Tre sono gli elementi caratterizzanti di questo sconvolgimento: 1) il minimo storico raggiunto dalle forze della “sinistra” genericamente intese; 2) il sorpasso, nel campo del centrodestra, della “nuova” Lega di stampo nazionalista (se non proprio fascista) nei confronti di Forza Italia; 3) il boom del Movimento 5 Stelle nelle regioni del Sud con percentuali pressoché inedite. Vediamo nel dettaglio questi tre punti.

Il PD ha preso alla Camera il 18,7%. Una percentuale così bassa in una elezione politica il PCI non l'ha mai presa nel dopoguerra, nemmeno in occasione dell'elezione dell'Assemblea Costituente nel 1946, quando ottenne il 18,9%. Vero è che i partiti eredi del PCI sono riusciti a scendere sotto questa percentuale, ma soltanto in due peculiari occasioni: a) nel 1992, al suo debutto, il PDS ottenne il 16,1%, ma scontava la scissione dal PCI della componente di Rifondazione Comunista (che ottenne il 5,1%); b) nel 2001, i DS (anche in questo caso si trattava del debutto) ottennero il 16,6% (sempre con Rifondazione attorno al 5%).

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