"Heidegger e Marx. Due titani a confronto" di FABRIZIO SIMONCINI

Brevissimo resoconto sul giudizio consegnatoci da Heidegger in merito all’opera di Marx. A Marx sono stati attribuiti ogni sorta di appellativi, è stato indagato ogni aspetto della vita privata nel tentativo di trovare elementi che lo connotassero non come il mentore della classe operaia, bensì come un cinico e sprezzante opportunista al pari di tanti borghesi a lui così avversi. Ma tutto questo ci interessa ben poco e non fa che confermare l’idea di fondo che quando non si riesce ad avere la meglio sulle tesi di un avversario ci si inoltra volentieri nel particolare effimero e nel sempre accogliente, e spesso ipocrita, ambito della morale. Sono comunque pochi coloro tra i pensatori, o riconosciuti come tali, che non hanno saputo resistere, in questo secolo, alla tentazione di confrontarsi con il pensiero marxiano.

Esiste però un’autorevole eccezione, e questo brevissimo accenno teoretico, a un possibile confronto fra titani della riflessione, si concentra proprio sullo studioso che invece sembra aver ignorato Marx quasi completamente, liquidandolo con poche battute, e si vedrà come.
L’eccezione ha il nome altisonante di Martin Heidegger, filosofo il cui pensiero ha avuto forse più eco nel ‘900. Il giudizio sull’opera di Heidegger è fra i più controversi. Come Steiner giustamente ricorda, si passa da coloro che lo ritengono “non solo il più eminente filosofo o critico della metafisica da Immanuel Kant in poi, ma che faccia parte di quel ristretto gruppo di autorevoli pensatori occidentali che include Platone, Aristotele, Cartesio, Leibniz ed Hegel.” Altri invece sostengono che “anche una discussione polemica su Heidegger è semplicemente irrilevante: i suoi scritti sono una selva di impenetrabile verbosità; i problemi che pone sono pseudoproblemi; le dottrine che avanza sono, per quanto se ne può capire, o false o grossolane.”1 Indipendentemente da come la si pensi sull’autore di Sein und Zeit, di lui interessa il modo alquanto bizzarro con cui ha liquidato il pensiero di Marx. E’ emblematico come Heidegger schivi i colpi della teoria marxiana semplicemente bollandola come “umanismo”, di fatto non affrontando nessuna delle questioni in essa aperte. Vediamo come nel Brief über den Humanismus: Ma in che cosa consiste l’umanità dell’uomo? Essa riposa nella sua essenza. Ma partendo da dove, e come, si determina l’essenza dell’uomo? Marx pretende che l’“uomo umano” venga conosciuto e riconosciuto. Egli lo trova nella “società”. Per lui l’uomo “sociale” è l’uomo “naturale”. Nella “società” la “natura” dell’uomo, cioè la totalità dei “bisogni naturali” (nutrimento, vestiario, riproduzione, sussistenza economica), è assicurata in modo uniforme.

Più avanti:
Ma se per umanismo si intende in generale la preoccupazione che l’uomo diventi libero per la sua umanità, e trovi in ciò la sua dignità, allora l’umanismo è diverso a seconda della concezione della “libertà” e della “natura” dell’uomo. Ugualmente sono 1 G. Steiner, Heidegger, trad. it. (di D. Zazzi), Heidegger, Milano, Garzanti, 2002, pp. 10-11. Diverse anche le vie che portano alla sua realizzazione. L’umanismo di Marx non ha bisogno di alcun ritorno all’antico, e ancor meno l’umanismo che Sartre concepisce come esistenzialismo.

Infine:
Ogni umanismo o si fonda su una metafisica o pone se stesso a fondamento di una metafisica del genere. E’ metafisica ogni determinazione dell’essenza dell’uomo che già presuppone, sapendolo o non sapendolo, l’interpretazione dell’ente, senza porre il problema della verità dell’essere. […] Nel determinare l’umanità dell’uomo, l’umanismo non solo non si pone la questione del riferimento dell’essere all’essere umano, ma impedisce persino che si ponga una simile questione, perché, a causa della sua provenienza metafisica, l’umanismo non la conosce e non la comprende. (2)

Dunque Heidegger ritiene le tesi di Marx un umanismo del tutto particolare e fra i tanti possibili, un umanismo, come ci spiega, diretto esclusivamente alla cura dell’ente e non dell’essere, quindi irrilevante ai fini di una discussione filosofica. E’ importante notare anche la
relatività con cui sono poste le teorie che potrebbero interessare la cura degli enti. Sarebbero tanti gli umanismi quante sono le concezioni di libertà che gravitano intorno alla natura dell’uomo. Nei fatti è abbandonata ogni concezione del tempo come fattore determinante per la creazione e lo sviluppo di una eticità e di una società conforme alla misura più propria dell’uomo. Il tempo è qui solo visto come un fattore di occultamento delle problematiche intorno all’essere.

Anche lo stesso Steiner, precedentemente citato, si guarda bene dall’inserire Marx tra i grandi pensatori dell’umanità e, al pari di Heidegger, lo rimuove a priori. Non che sia importante stilare una lista, più o meno condivisa, dei giganti della storia del pensiero, ma l’effettiva attenzione a questa lista segnala un modo di pensare che implica un dialogo nel tempo, ma che rimuove il tempo, intorno agli interrogativi fondamentali per e della esistenza umana. La difesa potrebbe insistere sul fatto che gli argomenti toccati da Marx esulano dall’ambito prettamente filosofico, ma ciò appare pretestuoso in quanto Marx non solo ha rivoluzionato la dialettica hegeliana, ma ha affrontato in modo del tutto nuovo e originale questioni quali il metodo empirico di indagine scientifica, ha introdotto modificandola la concezione materialistica della storia, creando così nuove categorie concettuali che prefigurano un sistema in cui si riscontrano, per la prima volta, correlazioni tra la forma di una società e le forze produttive che la esprimono. La colpa di Marx è forse quella di aver pensato l’uomo, concepito universalmente, come un essere forgiato dal tempo. Tanto basta.

(2) M. Heidegger, Wegmarken, trad. it. (di F. Volpi), Segnavia, Milano, Adelphi Edizioni, 1994, pp. 273-275.

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