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"Sergio Ferrari, Roberto Romano, Europa e Italia, Divergenze economiche, politiche e sociali, Introduzione di Guglielmo Epifani, saggio conclusivo di Luciano Gallino, Milano, Franco Angeli, 2004" di Andrea Manganaro

RECENSIONE DEL VOLUME DI SERGIO FERRARI E ROBERTO ROMANO

Europa e Italia, Divergenze economiche, politiche e sociali.

Introduzione di Guglielmo Epifani, saggio conclusivo di Luciano Gallino, Milano, Franco Angeli, 2004

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ANDREA MANGANARO

Questo breve saggio curato dall’Ufficio Studi della CGIL Lombardia ha il pregio di associare una rigorosa analisi della crisi dell’economia reale italiana ad uno stile sobrio, comprensibile anche da chi non ha conoscenze economiche molto approfondite. Dissociandosi nettamente dal coro degli economisti ortodossi (compresi quelli che, ahimè, hanno ispirato e continuano ad ispirare le scelte di politica economica dell’Ulivo), che continuano ad attribuire la lunga fase di stagnazione italiana alla crisi internazionale, al costo del lavoro e del welfare ed all’insufficienza delle liberalizzazioni (il più delle volte declinato nel senso di “privatizzazioni”), il testo analizza, invece, la debolezza del tessuto industriale italiano.

Nel primo capitolo (“Il luogo di osservazione”) si annuncia la tesi di fondo: nell’adozione delle azioni macroeconomiche sulla domanda si deve tenere conto dei contenuti tecnologici e qualitativi dei fattori di produzione. I beni di investimento ed intermedi ad alta tecnologia, infatti, hanno uno sviluppo che è più del doppio dei beni finali di consumo tradizionale, su cui è cristallizzata l’Italia; i quali sono esportati, come compensazione, nei Paesi in cui si sviluppa l’innovazione ed i redditi da lavoro sono molto più alti. L’intervento pubblico keynesiano, dunque, deve essere subordinato ad un’analisi delle caratteristiche (della crisi) del sistema produttivo nazionale. Pertanto, il taglio generalizzato del costo del lavoro, ad esempio, è inutile in Italia, dove i prodotti ad alta tecnologia sono per lo più importati. E’ necessario, pertanto, investire di più in capitali immateriali per integrare nuove tecnologie a monte delle filiere produttive, così come avviene, ad esempio, in Svezia, Finlandia o nei Paesi Bassi, dove il 28% dei brevetti depositati riguardano l’alta tecnologia, contro il 13% in Italia. La situazione è anche peggiorata, peraltro, dalla “finanziarizzazione dell’economia”, che privilegia gli investimenti finanziari rispetto a quelli produttivi.

Nel secondo capitolo (“Divergenza macroeconomica tra l’Itala e l’Europa”), si entra nel dettaglio dell’analisi. La capacità dell’offerta del sistema produttivo italiano è assolutamente inadeguata a competere con quella europea: si può apprezzare questo valutando i dati sul commercio estero; c’è un out-gap strutturale pari allo 0,5% del PIL, e l’allineamento ai parametri degli altri Paesi si verifica soltanto nelle fasi di stagnazione in Europa, benché dal 2001 il livello degli investimenti italiani sia analogo a quello europeo (circa il 17,5% del PIL). Ciò avviene per almeno tre motivi: a) perché si tratta per lo più di investimenti finanziari oppure in innovazioni di processo che riducono la disoccupazione, ma non producono crescita (motivazione condivisa a sinistra); ma alla sinistra sfugge che b) il precedente punto non è negativo in assoluto, ma lo è perché si tratta di investimenti in settori produttivi di beni finali “maggiormente aperti ad una concorrenza internazionale basata sul costo dei fattori e con minori barriere tecnologiche” (pag.25); e lo è perché c) ciò provoca un indebolimento nei comparti dei prodotti intermedi e di investimento. Questo spiegherebbe anche la correlazione positiva tra investimenti e importazioni, la contestuale diminuzione delle esportazioni e l’aumento dei prezzi alla produzione.

La maggiore crescita italiana rispetto alla media UE negli anni 1995 e 2001 sono stati determinati, rispettivamente, dalla svalutazione della lira e dell’euro, ma la politica monetaria resta un’arma spuntata senza un adeguamento della qualità dell’offerta; viceversa, l’out-gap finisce col compromettere, alla lunga, anche la sostenibilità dell’imponente debito italiano. Tale divergenza ha avuto ripercussioni anche sulla distribuzione del reddito: la quota dei redditi da lavoro dipendente sul PIL è passata dal 50,6% al 40,6% dal 1972 al 2000, mentre è rimasta stabile negli altri Paesi europei (da 50,7% a 52,4% in Francia, da 54,6% a 53,4% in Germania, da 50,3% a 50,6% in Spagna, da 58,8 a 55,8% in Gran Bretagna); questo si riflette in una crescita molto più bassa dei salari reali (dal 1993 al 2000 crescono l’1,5% in Italia, contro il 4,4% di media UE) e, addirittura, in una loro diminuzione dal 1995 in poi. L’unico punto che non convince su questa analisi sta nel fatto che gli autori non attribuiscono colpe specifiche al processo d’integrazione monetaria europea, ed in particolare ai paletti posti al bilancio pubblico dal Trattato di Maastricht e dal Patto di Stabilità, di cui non viene messa in discussione l’efficacia, e che gli autori si limitano a considerare “insufficienti” rispetto alle aspettative suscitate. In realtà, la necessità di perseguire il risanamento finanziario in pochi anni ha costretto i Paesi europei, e l’Italia in particolare (per il suo elevato debito pubblico), ad adottare politiche economiche restrittive che hanno contribuito alla penalizzazione della crescita economica.

Nel terzo capitolo si affronta “l’insufficienza dell’offerta nazionale”: si osserva che gli indici di correlazione dell’industria manifatturiera (esclusi prodotti petroliferi) tra Paesi europei indicano per l’Italia una correlazione più alta con Spagna (0,86) e Portogallo (0,59), che non con Francia e Germania (0,57 e 0,52 rispettivamente), mentre tra i due Paesi più grandi, che hanno quote di mercato più elevate nei settori ad alta intensità tecnologica (strumenti di precisione, chimica e farmaceutica, tecnologie dell’informazione e della comunicazione), l’indice è pari a 0,94. Dal 1990 al 2002, infatti, la produzione dei beni di consumo cresce nell’UE il 7,3% contro il 13,4% in Italia; per contro, la produzione dei beni intermedi cresce del 23,1% in UE contro il 13,4% in Italia, e quella dei beni capitali cresce del 25% in UE contro il 18,1% dell’Italia. La quota dell’alta tecnologia sul manifatturiero nelle esportazioni è rimasta in Italia al 14,5% nell’ultimo decennio, mentre è salita in Francia dal 27,6 % al 31,6%, ed in Germana dal 22,6% al 24,5%. La quota del valore aggiunto dei settori manifatturieri ad alta tecnologia è pari al 15,3%, contro il 23,2% della media UE; i brevetti nell’alta tecnologia sono 28 per 1000 abitanti, contro i 97,2 in UE; le spese in Ricerca e Sviluppo delle imprese private sul PIL sono diminuite negli ultimi anni del 5,8%, contro una crescita nell’UE del 5,4%. Pertanto “il Paese è condannato ad una crescita tanto più modesta quanto più si allarga e consolida il mercato dei beni capitali.” (pag.43). Su ciò incide moltissimo l’anomalia del capitalismo italiano caratterizzato da piccole imprese: quelle con meno di 10 addetti sono il 95% del totale, ed i loro occupati sono il 47% del totale (il doppio della media europea: 21% in Germania, 22% in Francia, 27% in Gran Bretagna); quelle grandi (oltre 500 addetti) hanno perso il 15% dell’occupazione in vent’anni, mentre in quelle medie gli occupati sono soltanto il 10% del totale (contro il 15% in Germania ed il 16% in Francia). Il problema dimensionale è grave non soltanto per l’allocazione degli investimenti, ma anche per il minore utilizzo di economie di scala e per la riduzione delle scorte che impone la necessità di maggiori infrastrutture fisiche (in un Paese ad alta densità abitativa), scaricando così il magazzino sulla collettività. Inoltre, “l’incidenza dei profitti sul valore aggiunto, gli investimenti ed il valore aggiunto per addetto sono inversamente proporzionali alla dimensione dell’impresa” (pag.45).

Nel quarto capitolo (“Specializzazione produttiva e nuove tendenze dell’inflazione in Italia negli anni ‘90”), c’è una sintetica ricostruzione della storia economica italiana dagli anni ’70 in poi. Dopo lo shock politico-economico degli anni ‘92-’93, la svalutazione della lira, ed il conseguente miglioramento della bilancia commerciale italiana, l’attenzione si concentra sul fatto che dal ’96 (anno di rientro della lira nello SME, anticamera della moneta unica) inizia una lenta erosione del saldo commerciale, riguardante il settore manifatturiero, ed in particolare i prodotti ad alta tecnologia (che peraltro hanno sempre avuto saldi negativi anche negli “anni felici” della lira fluttuante). E’ stridente la contrapposizione tra la “miracolosa” convergenza dell’economia monetaria italiana verso l’UME, e la crescente divergenza dell’economia reale italiana dal resto d’Europa. Seguono considerazioni sull’andamento dell’inflazione nel periodo 1993-2001: la differenza tra quella italiana e quella europea (sempre minore di un punto percentuale dal ’96 in poi, uguale nel 2001) è attribuibile per lo più alla crescita dei prezzi alla produzione. Ma il costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP) è cresciuto di soli tre punti tra il ’96 e lo ’01, a fronte di una crescita dei prezzi al consumo del 9%, e comunque sempre meno della media europea. Dunque l’aumento è da imputarsi al costo dei beni capitali, e comunque non ad un aumento del livello della domanda aggregata. Infatti, “l’uso di uno stesso processo produttivo in un Paese che importa le macchine necessarie implica non già lo stanziamento di quella quantità di lavoro che serve a produrre il bene capitale, bensì lo stanziamento di quella quantità di lavoro necessaria a produrre le merci con la cui vendita si effettua lo scambio sul mercato estero”. (pag.72) Questo implica, ovviamente, un maggior rapporto capitale/prodotto per un Paese importatore di beni capitali. Tale rapporto era in Italia tra i più bassi in Europa negli anni ’70, ma dal ’95 è il più alto in Europa, provocando così un crescente “svantaggio tecnologico comparato”. L’inflazione italiana, pertanto, si configura come “inflazione da costi di tipo strutturale” (pag.75). Pertanto, “sotto questo profilo deve essere richiamata l’attenzione sulla possibilità e la necessità di individuare politiche di tipo keynesiano che coniughino il livello della domanda con la qualità tecnologica della stessa. In questo contesto, il perseguimento di politiche tradizionali antinflazionistiche, ed in genere tutte quelle linee di azione ispirate da inflation targeting sarebbe non solo inefficace, ma anche controproducente. La presenza di un’inefficienza strutturale determinata dalla specializzazione tecnologica e la spinta inflazionistica da essa conseguente potrebbe essere eventualmente inasprita dalla scarsità di risorse destinate all’investimento in conseguenza degli effetti restrittivi della stessa” (pagg.75-76).

Il cap.5 (“Le politiche per lo sviluppo e la crescita sociale”) è meno analitico e più propositivo. Si sottolinea che l’ingresso nella moneta unica ha ridotto il differenziale inflattivo tra Italia e resto dell’UE, ma l’impossibilità di ricorrere alle “svalutazioni competitive” ha provocato nel 2002 una riduzione delle esportazioni del 13%, che da sola spiega la minor crescita italiana. Si sottolinea anche che le liberalizzazioni e le privatizzazioni da tutti indicate come soluzione per migliorare la competitività dell’economia reale non abbiano dato alcun risultato soddisfacente. Lo stesso residuo scarto inflattivo tra Italia ed UE, come detto, è attribuibile ai maggiori costi dei beni capitali. Il programma economico del centrosinistra, però, non sembra aver colto queste considerazioni, poiché si continuano a postulare ancora ulteriori liberalizzazioni come soluzione, analogamente al programma del vecchio Ulivo (pag.82). “Meraviglia, in particolare, l’assenza del tema e dell’obiettivo dell’occupazione” (nota 41, pag.91). Inoltre, il continuo richiamo generico alla necessità di aumentare spese e contributi in Ricerca e Sviluppo (R&S) non sembra tener conto delle dimensioni delle aziende italiane e della loro specializzazione produttiva. La stessa ipotesi di non considerare gli investimenti in R&S e infrastrutture nella valutazione del rapporto deficit/PIL, previsto dal Patto di stabilità, di cui giustamente si parla in Europa, finirebbe per aggravare, però, il divario tra Italia e gli altri Paesi. La debolezza del sistema industriale italiano, infatti, provoca una quota di investimenti provenienti dall’estero molto inferiore alla media europea e, viceversa, il paradosso che il risparmio degli italiani (a causa anche dell’eventuale trasferimento dei TFR verso i Fondi) va a finanziare gli investimenti delle imprese estere. Il cambiamento e lo sviluppo, pertanto, non potranno essere provocati dal libero mercato, né da qualche contributo o agevolazione; essi richiedono un cambiamento culturale d’impresa strutturale che può essere guidato soltanto dal pubblico. Rispetto alla stagnazione degli anni ’30 o al dopoguerra, la situazione è aggravata dal fatto che oggi il sistema industriale privato non è in grado di esprimere scelte di sviluppo, né di invocare l’intervento del pubblico. L’attribuzione della politica industriale al solo sistema privato, concordata dallo stesso sistema con vari Governi, ha palesemente fallito. Né l’Italia si trova nella situazione di poter offrire salari e dumping ambientale da Paese in via di sviluppo. Nemmeno la Banca d’Italia sembra aver colto ciò: le analisi non sono soddisfacenti, si confondono spesso l’arretratezza tecnologica del sistema economico (causa) e la pochezza del livello culturale degli addetti, del numero dei laureati e dei ricercatori d’impresa (effetto). L’allocazione ottimale delle risorse, pertanto, deve riguardare anche il livello e la qualità dell’occupazione, lo stato sociale, le infrastrutture e l’ambiente; infatti “non c’è nessuna politica industriale che permette di ragionare sul come si produce la ricchezza se non c’è una politica che parla di come distribuirla. L’inscindibilità dei due termini è quello che la rende credibile, non c’è un’idea di sviluppo della società e con essa della democrazia” (pag.92). Di qui la necessità di investire su un sistema di ricerca pubblica e sulla scuola, tenendo conto che si tratta di un cambiamento profondo, che necessita di tempi lunghi, i cui risultati non saranno apprezzabili che nel medio periodo. Appaiono dannose, invece, le politiche di apertura al mercato dei servizi sociali, volte da un lato alla riduzione della spesa pubblica, e dall’altro alla creazione di mercati interni di compensazione della ridotta competitività internazionale (pag.90). Il passaggio, però, non appare proprio così immediato: potrà essere condivisibile sul piano politico, ma non su quello economico. Se, infatti, si ritiene che una nuova fase di sviluppo passi attraverso una conversione del sistema industriale verso la produzione di beni intermedi e capitali ad alta tecnologia, allora ci sarà bisogno di grandi concentrazioni industriali e dell’intervento del pubblico (dello Stato), e ciò richiede anche grandi concentrazioni di capitali; non si capisce, dunque, la necessità di garantire un’equa distribuzione della ricchezza che, invece, sostiene soprattutto la domanda di beni di consumo di finale. E’ vero, però, che se il cambiamento necessita tempi medi o lunghi, la tenuta economica e sociale del sistema a breve dovrà essere garantita da un distribuzione della ricchezza e non da riduzioni fiscali (v. pag.94). Si individuano, quindi, quattro nuclei produttivi che potrebbero sostenere questa transizione: il comparto elettromedicale, le macchine ed i prodotti per il recupero dei rifiuti e dei materiali di scarto, il settore agroalimentare, ed il settore energetico ed ambientale. Si rileva, per contro, da un lato la scarsa efficacia delle politiche europee, le cui risorse, oltretutto, saranno diminuite dall’allargamento dell’UE ai Paesi dell’Est; e, d’altro canto, il fallimento di quel complesso di interventi locali adottato negli anni passati (patti d’area, territoriali, ecc.). Si propone, a tal proposito, agevolazioni per le imprese che assumono personale altamente specializzato. Infine, si propone di investire in questo progetto le istituzioni pubbliche (a partire dai ministeri e dalle regioni), che dovrebbero essere dotate di strutture di ricerca e di conoscenza scientifica e tecnologica.

Il testo si chiude con un breve saggio di Luciano Gallino, ricco di dati statistici, sul sistema dell’istruzione italiano, sulla scelta dei settori produttivi, sulle strutture istituzionali e politica industriale, e sulla distribuzione del reddito. In conclusione vi sono cinque interventi proposti, ritenuti necessari: a) aumentare di almeno tre anni l’offerta professionale delle forze di lavoro tra i 15 ed i 34 anni che non siano in possesso di un titolo di studio superiore alla licenza media; b) incentivare la formazione e l’occupazione dei laureati in materie scientifiche agendo sia nei confronti degli atenei, sia nei confronti delle imprese; c) riformare la struttura dei ministeri al fine di concentrare le competenze ed i poteri per disegnare, promuovere ed attuare una nuova politica industriale; d) tale politica industriale dovrebbe essere volta a innovare ed estendere i rapporti tra la grande industria italiana e quella europea; e) riaprire con determinazione la questione della distribuzione del reddito e delle retribuzioni da lavoro dipendente. Come si può intuire, si tratta di proposte sempre più attuali ed urgenti, benché siano state formulate ormai tre anni fa.

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