Brevissimo resoconto sul giudizio consegnatoci da Heidegger in merito all’opera di Marx. A Marx sono stati attribuiti ogni sorta di appellativi, è stato indagato ogni aspetto della vita privata nel tentativo di trovare elementi che lo connotassero non come il mentore della classe operaia, bensì come un cinico e sprezzante opportunista al pari di tanti borghesi a lui così avversi. Ma tutto questo ci interessa ben poco e non fa che confermare l’idea di fondo che quando non si riesce ad avere la meglio sulle tesi di un avversario ci si inoltra volentieri nel particolare effimero e nel sempre accogliente, e spesso ipocrita, ambito della morale. Sono comunque pochi coloro tra i pensatori, o riconosciuti come tali, che non hanno saputo resistere, in questo secolo, alla tentazione di confrontarsi con il pensiero marxiano.

Esiste però un’autorevole eccezione, e questo brevissimo accenno teoretico, a un possibile confronto fra titani della riflessione, si concentra proprio sullo studioso che invece sembra aver ignorato Marx quasi completamente, liquidandolo con poche battute, e si vedrà come.
L’eccezione ha il nome altisonante di Martin Heidegger, filosofo il cui pensiero ha avuto forse più eco nel ‘900. Il giudizio sull’opera di Heidegger è fra i più controversi. Come Steiner giustamente ricorda, si passa da coloro che lo ritengono “non solo il più eminente filosofo o critico della metafisica da Immanuel Kant in poi, ma che faccia parte di quel ristretto gruppo di autorevoli pensatori occidentali che include Platone, Aristotele, Cartesio, Leibniz ed Hegel.” Altri invece sostengono che “anche una discussione polemica su Heidegger è semplicemente irrilevante: i suoi scritti sono una selva di impenetrabile verbosità; i problemi che pone sono pseudoproblemi; le dottrine che avanza sono, per quanto se ne può capire, o false o grossolane.”1 Indipendentemente da come la si pensi sull’autore di Sein und Zeit, di lui interessa il modo alquanto bizzarro con cui ha liquidato il pensiero di Marx. E’ emblematico come Heidegger schivi i colpi della teoria marxiana semplicemente bollandola come “umanismo”, di fatto non affrontando nessuna delle questioni in essa aperte. Vediamo come nel Brief über den Humanismus: Ma in che cosa consiste l’umanità dell’uomo? Essa riposa nella sua essenza. Ma partendo da dove, e come, si determina l’essenza dell’uomo? Marx pretende che l’“uomo umano” venga conosciuto e riconosciuto. Egli lo trova nella “società”. Per lui l’uomo “sociale” è l’uomo “naturale”. Nella “società” la “natura” dell’uomo, cioè la totalità dei “bisogni naturali” (nutrimento, vestiario, riproduzione, sussistenza economica), è assicurata in modo uniforme.

Più avanti:
Ma se per umanismo si intende in generale la preoccupazione che l’uomo diventi libero per la sua umanità, e trovi in ciò la sua dignità, allora l’umanismo è diverso a seconda della concezione della “libertà” e della “natura” dell’uomo. Ugualmente sono 1 G. Steiner, Heidegger, trad. it. (di D. Zazzi), Heidegger, Milano, Garzanti, 2002, pp. 10-11. Diverse anche le vie che portano alla sua realizzazione. L’umanismo di Marx non ha bisogno di alcun ritorno all’antico, e ancor meno l’umanismo che Sartre concepisce come esistenzialismo.

Infine:
Ogni umanismo o si fonda su una metafisica o pone se stesso a fondamento di una metafisica del genere. E’ metafisica ogni determinazione dell’essenza dell’uomo che già presuppone, sapendolo o non sapendolo, l’interpretazione dell’ente, senza porre il problema della verità dell’essere. […] Nel determinare l’umanità dell’uomo, l’umanismo non solo non si pone la questione del riferimento dell’essere all’essere umano, ma impedisce persino che si ponga una simile questione, perché, a causa della sua provenienza metafisica, l’umanismo non la conosce e non la comprende. (2)

Dunque Heidegger ritiene le tesi di Marx un umanismo del tutto particolare e fra i tanti possibili, un umanismo, come ci spiega, diretto esclusivamente alla cura dell’ente e non dell’essere, quindi irrilevante ai fini di una discussione filosofica. E’ importante notare anche la
relatività con cui sono poste le teorie che potrebbero interessare la cura degli enti. Sarebbero tanti gli umanismi quante sono le concezioni di libertà che gravitano intorno alla natura dell’uomo. Nei fatti è abbandonata ogni concezione del tempo come fattore determinante per la creazione e lo sviluppo di una eticità e di una società conforme alla misura più propria dell’uomo. Il tempo è qui solo visto come un fattore di occultamento delle problematiche intorno all’essere.

Anche lo stesso Steiner, precedentemente citato, si guarda bene dall’inserire Marx tra i grandi pensatori dell’umanità e, al pari di Heidegger, lo rimuove a priori. Non che sia importante stilare una lista, più o meno condivisa, dei giganti della storia del pensiero, ma l’effettiva attenzione a questa lista segnala un modo di pensare che implica un dialogo nel tempo, ma che rimuove il tempo, intorno agli interrogativi fondamentali per e della esistenza umana. La difesa potrebbe insistere sul fatto che gli argomenti toccati da Marx esulano dall’ambito prettamente filosofico, ma ciò appare pretestuoso in quanto Marx non solo ha rivoluzionato la dialettica hegeliana, ma ha affrontato in modo del tutto nuovo e originale questioni quali il metodo empirico di indagine scientifica, ha introdotto modificandola la concezione materialistica della storia, creando così nuove categorie concettuali che prefigurano un sistema in cui si riscontrano, per la prima volta, correlazioni tra la forma di una società e le forze produttive che la esprimono. La colpa di Marx è forse quella di aver pensato l’uomo, concepito universalmente, come un essere forgiato dal tempo. Tanto basta.

(2) M. Heidegger, Wegmarken, trad. it. (di F. Volpi), Segnavia, Milano, Adelphi Edizioni, 1994, pp. 273-275.

di Andrea Manganaro

L’undici marzo scorso è morto nella “prigione europea” di Scheveningen Slobodan Milosevic, in circostanze che non potevano non essere quanto meno misteriose. Ex Presidente della Repubblica di Serbia nella federazione jugoslava del dopo-Tito, a partire dall’87, ed ex capo di governo della residua “mini Jugoslavia” costituita da Serbia e Montenegro, il “macellaio dei Balcani”, come è stato soprannominato dai media internazionali, è stato presentato come un feroce dittatore e un sanguinario tiranno, senza considerare, però, il vasto consenso di cui godeva in patria, anche dopo la sua detronizzazione a seguito della prima “guerra umanitaria” della NATO. La sua ascesa politica è stata caratterizzata, nell’agonizzante Jugoslavia degli anni ’80, dal voler difendere a tutti i costi la vecchia nomenklatura comunista di fronte allo sgretolamento del collante ideologico comunista, che ha costituito le fondamenta della Jugoslavia titina. Il paradosso è stato che, per rimediare a questo sgretolamento, Milosevic ha fatto leva sull’atavico nazionalismo serbo, rispolverando gli antichi miti coltivati da scrittori e poeti anticomunisti, così come ha ricordato recentemente lo scrittore sloveno Slavoj Zizek. Ed il rispolvero dei vecchi nazionalismi in un Paese lacerato da un passato di massacri etnici è stato un contributo decisivo all’esplosione della polveriera balcanica. La frammentazione delle identità nazionali su questo territorio, come noto, è dovuta alla loro travagliata storia. Per quasi quattro secoli, dalla metà circa del XV secolo al Congresso di Berlino del 1878, il confine militare tra l’Impero Austro-Ungarico e l’Impero Ottomano ha coinciso con l’attuale confine settentrionale della Bosnia con la Croazia.

Lungo questo confine, su entrambi i versanti, i contadini-soldati sono immigrati in massa nei secoli, a causa dei privilegi che venivano loro concessi in cambio della difesa militare permanente del confine. Ma i massacri più feroci sono avvenuti nel corso della seconda guerra mondiale, quando la Croazia ustascia, Stato fantoccio dei nazisti, adottò la “soluzione finale” nei confronti dei Serbi, che consisteva nello sterminio di un terzo di loro, nell’espulsione di un altro terzo, e nella conversione cattolica del restante terzo. Soltanto nei primi otto mesi di occupazione nazista, dall’aprile al dicembre 1941, si stimano all’incirca tra le 200 e le 300 mila vitt ime serbe, tra campi di concentramento (soprattutto quelli di Jasenovac, Stara Gradiska, e Jadovno, dove si stima che nel corso della guerra vi siano state più vittime di quante ne abbia fatte l’Impero Ottomano in cinque secoli di dominazione) ed esecuzioni sommarie ad opera non solo delle autorità ustascia, ma soprattutto della popolazione civile.

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“Noi che siamo posti alla fine dei tempi”, predicava di sé e dei suoi contemporanei Ottone di Frisinga. Perché in ogni epoca almeno un profeta ha avvertito il trapassare dei significati e lo ha proclamato al mondo. E se anch’io qui, più modestamente, affermassi che un ciclo storico è finito, essendo venuti meno gli antichi valori europei della religione, della filosofia, della morale, troverei forse il consenso di coloro che mi leggono.

E continuerei ad averlo se aggiungessi che la mancanza di scopi e di valori ultimi caratterizza questo nostro tempo disincantato. La scienza, che ha secolarizzato la vecchia immagine del mondo, spogliandola dell’originario velo mitologico-religioso e riducendola a nuda oggettività, ha prodotto l’inarrestabile disincanto. Risultato sconvolgente di tale razionalizzazione il politeismo e, conseguentemente, l’equipollenza dei valori che hanno portato alla svalutazione di tutti i credo e di tutte le norme, fino a rendere inutili e addirittura stupide prescrizioni e proibizioni. L’uomo di oggi si caratterizza per la perdita del centro, in quanto non s’inchina a nessuna autorità e non presta fede a nessun principio. Non ha un punto archimedico che gli consenta di sollevarsi dalla vanità del tutto. Ne derivano processi di consunzione e svanimento che attaccano ogni risorsa economica, psichica, estetica, religiosa: ateismo, fatalismo, pessimismo, egoismo, indifferenza le nuove tavole della legge che ci consegnano inermi alla drammatica finitudine di un’esistenza priva di trascendenze che le diano un senso. Se i miei lettori sono ancora d’accordo sappiano - ma mi avranno preceduto nella formulazione - che questo è nichilismo. A parte Ottone di Frisinga, infatti, le precedenti affermazioni sono un sintetico e approssimativo collage di riflessioni di alcuni filosofi che si sono confrontati col nichilismo. Nel proporle ho seguito il saggio di Franco Volpi Nichilismo, Laterza 1996. Nichilismo, dal latino nihil, niente, nulla: una filosofia che vede in Nietzsche il suo rivelatore e il suo maieuta, colui che ha fatto prendere coscienza al mondo dell’evento blasfemo: Dio è morto. Frase che scandalosamente riassume quanto detto finora. I nichilisti sono stati presentati al grande pubblico in film, il più delle volte comici, come dinamitardi barbuti, ingenui e insieme irresponsabili - gli anarchici panslavi di Bakunin - i quali parevano non saper bene che fare oltre il tirar bombe contro le carrozze dei sovrani della belle époque. I cultori della letteratura russa conoscono invece gli eroi nichilisti di Turgenev e Dostoevskij, mentre i liceali per i quali lo studio della filosofia è piuttosto un’imposizione che un’esigenza associano forse Nietzsche e nichilismo. Non riflette il grande pubblico che il nostro tempo è nichilista in toto, pur senza aver letto Nietzsche, il quale comunque non era un demonio né un pazzo, anche se pazzo morì. Infatti “chi non ha sperimentato su di sé l’enorme potenza del niente e non ne ha subito la tentazione conosce ben poco della nostra epoca” (Jünger-Heidegger, Oltre la linea, Adelphi 1989). Nietzsche, è vero, ha avuto l’improntitudine di affermare che l’inizio del processo storico che ha portato al venir meno dei valori tradizionali - Dio, la verità, il bene - è in Platone, quando pose la dicotomia tra mondo sensibile e mondo ideale, conciliabile solo nella mente del sapiente, aprendo così il varco alla negazione dei valori. Su questa via perseverò il cristianesimo, che indicò il mondo vero nell’aldilà, e nella penitenza e negazione di questo il modo per raggiungerlo. Kant scrisse poi il terzo capitolo del platonismo-nichilismo argomentando: il mondo soprasensibile è irraggiungibile e indimostrabile, è un imperativo morale. Crolla ogni certezza: solo la ragione pratica postula un Dio. La frana metafisica è iniziata e il positivismo vi s’inoltra: se il mondo vero è irraggiungibile e inconoscibile, cosa ci può vincolare a esso? Ignoriamolo e disinteressiamocene. Lo scetticismo e l’incredulità hanno vinto. E’ il momento di Nietzsche, che trae le inevitabili conclusioni del processo millenario. Constata che il mondo ideale è divenuto inutile e ne prende atto: va abolito, cancellato. Le conseguenze sono devastanti sul piano conoscitivo e pratico: il divenire dell’essere - che è poi il nostro esistere - non ha più un fine, non mira a nulla, non raggiunge nulla; non v’è un principio unificatore che gerarchizzi e organizzi il reale, non esiste la verità. Nietzsche, per aforismi e frammenti, tenta di sfuggire al demone che ha suscitato e delinea la sua via d’uscita dal nichilismo: la volontà di potenza, il superuomo, l’eterno ritorno ne sono le espressioni a volte esoteriche. Ma il problema - lo vive il nostro tempo - è tuttora aperto e il pensiero si macera per intravederne la soluzione. La quale non è soltanto gratuitamente teoretica (ero stato tentato di scrivere accademica, come spesso accade di dispute filosofiche), ma drammaticamente esistenziale. Proporrò soltanto, a conclusione, le sconsolate e terribili riflessioni di Jünger: nel deserto che cresce occorre erigere un baluardo interiore che preservi alcune oasi di libertà - la morte, l’eros, l’amicizia, l’arte: consentiranno all’individuo di resistere all’imperversare del nichilismo. E di Heidegger: occorre sperimentare fino in fondo la potenza del nulla perché giunga ad esaurimento e lo si possa superare. Nell’attesa dell’ “altro inizio” - “ormai soltanto un dio ci può salvare” - il solo punto d’appoggio nel vortice del nichilismo è per il pensiero la capacità di pazientare, l’ “abbandono”. Su questa sorprendente conclusione dell’ultimo Heidegger - paradossale in quanto accanto al nichilismo radicale convive un’incompatibile incrinatura mistica - s’affatica il dibattito contemporaneo, riproponendosi l’insoluta interrogazione gnostica: chi siamo? donde veniamo? dove andiamo?

Adriano Simoncini