“Noi che siamo posti alla fine dei tempi”, predicava di sé e dei suoi contemporanei Ottone di Frisinga. Perché in ogni epoca almeno un profeta ha avvertito il trapassare dei significati e lo ha proclamato al mondo. E se anch’io qui, più modestamente, affermassi che un ciclo storico è finito, essendo venuti meno gli antichi valori europei della religione, della filosofia, della morale, troverei forse il consenso di coloro che mi leggono.

E continuerei ad averlo se aggiungessi che la mancanza di scopi e di valori ultimi caratterizza questo nostro tempo disincantato. La scienza, che ha secolarizzato la vecchia immagine del mondo, spogliandola dell’originario velo mitologico-religioso e riducendola a nuda oggettività, ha prodotto l’inarrestabile disincanto. Risultato sconvolgente di tale razionalizzazione il politeismo e, conseguentemente, l’equipollenza dei valori che hanno portato alla svalutazione di tutti i credo e di tutte le norme, fino a rendere inutili e addirittura stupide prescrizioni e proibizioni. L’uomo di oggi si caratterizza per la perdita del centro, in quanto non s’inchina a nessuna autorità e non presta fede a nessun principio. Non ha un punto archimedico che gli consenta di sollevarsi dalla vanità del tutto. Ne derivano processi di consunzione e svanimento che attaccano ogni risorsa economica, psichica, estetica, religiosa: ateismo, fatalismo, pessimismo, egoismo, indifferenza le nuove tavole della legge che ci consegnano inermi alla drammatica finitudine di un’esistenza priva di trascendenze che le diano un senso. Se i miei lettori sono ancora d’accordo sappiano - ma mi avranno preceduto nella formulazione - che questo è nichilismo. A parte Ottone di Frisinga, infatti, le precedenti affermazioni sono un sintetico e approssimativo collage di riflessioni di alcuni filosofi che si sono confrontati col nichilismo. Nel proporle ho seguito il saggio di Franco Volpi Nichilismo, Laterza 1996. Nichilismo, dal latino nihil, niente, nulla: una filosofia che vede in Nietzsche il suo rivelatore e il suo maieuta, colui che ha fatto prendere coscienza al mondo dell’evento blasfemo: Dio è morto. Frase che scandalosamente riassume quanto detto finora. I nichilisti sono stati presentati al grande pubblico in film, il più delle volte comici, come dinamitardi barbuti, ingenui e insieme irresponsabili - gli anarchici panslavi di Bakunin - i quali parevano non saper bene che fare oltre il tirar bombe contro le carrozze dei sovrani della belle époque. I cultori della letteratura russa conoscono invece gli eroi nichilisti di Turgenev e Dostoevskij, mentre i liceali per i quali lo studio della filosofia è piuttosto un’imposizione che un’esigenza associano forse Nietzsche e nichilismo. Non riflette il grande pubblico che il nostro tempo è nichilista in toto, pur senza aver letto Nietzsche, il quale comunque non era un demonio né un pazzo, anche se pazzo morì. Infatti “chi non ha sperimentato su di sé l’enorme potenza del niente e non ne ha subito la tentazione conosce ben poco della nostra epoca” (Jünger-Heidegger, Oltre la linea, Adelphi 1989). Nietzsche, è vero, ha avuto l’improntitudine di affermare che l’inizio del processo storico che ha portato al venir meno dei valori tradizionali - Dio, la verità, il bene - è in Platone, quando pose la dicotomia tra mondo sensibile e mondo ideale, conciliabile solo nella mente del sapiente, aprendo così il varco alla negazione dei valori. Su questa via perseverò il cristianesimo, che indicò il mondo vero nell’aldilà, e nella penitenza e negazione di questo il modo per raggiungerlo. Kant scrisse poi il terzo capitolo del platonismo-nichilismo argomentando: il mondo soprasensibile è irraggiungibile e indimostrabile, è un imperativo morale. Crolla ogni certezza: solo la ragione pratica postula un Dio. La frana metafisica è iniziata e il positivismo vi s’inoltra: se il mondo vero è irraggiungibile e inconoscibile, cosa ci può vincolare a esso? Ignoriamolo e disinteressiamocene. Lo scetticismo e l’incredulità hanno vinto. E’ il momento di Nietzsche, che trae le inevitabili conclusioni del processo millenario. Constata che il mondo ideale è divenuto inutile e ne prende atto: va abolito, cancellato. Le conseguenze sono devastanti sul piano conoscitivo e pratico: il divenire dell’essere - che è poi il nostro esistere - non ha più un fine, non mira a nulla, non raggiunge nulla; non v’è un principio unificatore che gerarchizzi e organizzi il reale, non esiste la verità. Nietzsche, per aforismi e frammenti, tenta di sfuggire al demone che ha suscitato e delinea la sua via d’uscita dal nichilismo: la volontà di potenza, il superuomo, l’eterno ritorno ne sono le espressioni a volte esoteriche. Ma il problema - lo vive il nostro tempo - è tuttora aperto e il pensiero si macera per intravederne la soluzione. La quale non è soltanto gratuitamente teoretica (ero stato tentato di scrivere accademica, come spesso accade di dispute filosofiche), ma drammaticamente esistenziale. Proporrò soltanto, a conclusione, le sconsolate e terribili riflessioni di Jünger: nel deserto che cresce occorre erigere un baluardo interiore che preservi alcune oasi di libertà - la morte, l’eros, l’amicizia, l’arte: consentiranno all’individuo di resistere all’imperversare del nichilismo. E di Heidegger: occorre sperimentare fino in fondo la potenza del nulla perché giunga ad esaurimento e lo si possa superare. Nell’attesa dell’ “altro inizio” - “ormai soltanto un dio ci può salvare” - il solo punto d’appoggio nel vortice del nichilismo è per il pensiero la capacità di pazientare, l’ “abbandono”. Su questa sorprendente conclusione dell’ultimo Heidegger - paradossale in quanto accanto al nichilismo radicale convive un’incompatibile incrinatura mistica - s’affatica il dibattito contemporaneo, riproponendosi l’insoluta interrogazione gnostica: chi siamo? donde veniamo? dove andiamo?

Adriano Simoncini

In “Città Panico”, edito in Italia da Raffaello Cortina nel 2004, Paul Virilio, traccia una sorta di reportage della catastrofe: dalla distruzione delle Torri gemelle ai bombardamenti iracheni, dai black out nelle metropoli occidentali alle devastazioni portate dagli uragani. In realtà, dal flusso potente della sua scrittura, analitica e immaginifica al tempo stesso, affiorano i presagi di uno stato di allerta permanente oggi generalizzato a tutto il pianeta.

Il ragionamento di Virilio è facile da riassumere: nell’epoca in cui la velocità del progresso tecnologico e scientifico è sfuggita inesorabilmente a qualsiasi controllo politico, ecco che allora l’incidente, anzi la catastrofe, è diventata inevitabile. E a questo paradigma non sfugge certamente la città contemporanea, che Virilio definisce “la più grande catastrofe del ventesimo secolo”.

“All’iperconcentrazione delle megalopoli si aggiunge non solo l’iperterrorismo di massa, ma anche una delinquenza panica che riconduce la specie umana alla danza di morte delle origini e la città torna a essere una cittadella – in altre parole – un bersaglio per tutti i terrori, domestici o strategici”. Ed è proprio in queste “città atrofizzate che si credono il centro del mondo” che Virilio individua lo “spazio critico” della cosiddetta mondializzazione economica, dove la crescente velocità dei mezzi di comunicazione ha vanificato la vecchia idea della sovranità territoriale come fondamento dello stato di diritto: “il mondo degli affari, come quello della guerra, si ritrova allora in condizioni di assenza di gravità, nell’attesa angosciante del grande incidente, di questo crac globale che non mancherà di prodursi un giorno o l’altro”. Nell’osservare la continua accelerazione delle reti e dei mezzi di comunicazione, Virilio arriva così a parlare esplicitamente di un “crepuscolo dei luoghi”, perché è soprattutto la crescente velocità degli spostamenti che ha divorato i luoghi, le coordinate territoriali e ogni altro riferimento di posizione: “le distanze si sono annullate e gli intervalli di spazio e tempo sono scomparsi nella progressiva desertificazione e miniaturizzazione del mondo”. Virilio spinge questa suggestione quasi sino al paradosso: “Dopo essere riuscita a miniaturizzare gli oggetti, le macchine, i motori, la tecnica ha infine raggiunto i propri scopi miniaturizzando i tragitti, i confini del mondo”.

Ecco allora il problema, il punto di crisi dell’epoca globalizzata in cui viviamo: se ai tempi di Cesare, “la più grande gloria dell’Impero era di fare delle proprie frontiere un vasto deserto” oggi, invece, “il deserto in questione non si situa più in periferia – lungo il limes - ma intra muros, ovvero nel centro delle metropoli”. Le bombe dei kamikaze, allora, non uccidono più soltanto alla periferia dell’impero, in Iraq, Israele, Afghanistan, ma colpiscono anche nel centro delle città occidentali, tra i grattacieli, nelle stazioni della metropolitana e alle fermate degli autobus. Il confine globale che segna la frattura tra i popoli del mondo, che divide il pianeta tra nord e sud, attraversa adesso il cuore delle città.

Virilio osserva infatti che ormai “le frontiere dello Stato americano passano proprio all’interno delle metropoli del ventunesimo secolo, con le loro gangs, le loro milizie, i loro terroristi di cui nessuna guerra classica potrà liberarci”. Virilio porta ad esempio l’impiego che gli Stati Uniti fanno della loro guardia nazionale: “specializzata nella lotta contro le conseguenze delle catastrofi naturali, l’unità sembra a proprio agio nella periferia della capitale irachena, esattamente come negli slums americani, in mezzo a civili abbandonati al saccheggio e a violenze di tutti i generi”. Aggiungiamo allora che, proprio in questi mesi, la guardia nazionale si trova a proprio agio nella periferia di New Orleans come nei villaggi iracheni controllati da Al Zarkawi rivelando come, nell’immediatezza di un mondo senza più distanze, lo stato di emergenza si è ormai generalizzato. In realtà, l’iperterrorismo di cui parla Virilio è tale perché completamente deterritorializzato: per distruggere non ha nemmeno bisogno della massa d’urto di un esercito di divisioni blindate e il suo sistema di armi, del resto, consiste nell’insieme dei mezzi di comunicazione di massa rivolti contro l’avversario.

L’INFOWAR descritta in “Città panico” è una vera e propria guerra al reale, in cui l’arma di comunicazione di massa è strategicamente superiore all’arma di distruzione di massa. Di colpo a prevalere è l’informazione e la sua velocità di comunicazione istantanea da cui nasce il movimento panico che sconvolge il nostro senso dell’orientamento e, in altre parole, la nostra stessa percezione del mondo. Paul Virilio scrive in proposito: “Ormai, con la rivoluzione della comunicazione audiovisiva, assistiamo (in diretta) ai disturbi della percezione stroboscopia dell’informazione; di qui la confusione non solo delle nostre immagini oculari, ma soprattutto delle nostre immagini mentali”. In proposito, Virilio cita le parole di George Bush nell’aprile del 2003: “Per una combinazione di strategie immaginative e di tecnologie avanzate ridefiniamo la guerra sulle nostre basi”. Ma se la definitiva disgregazione dei grandi blocchi geopolitici ha comportato nei fatti la crisi dello Stato-nazione, il ripiegamento tattico sulle metropoli è stato altrettanto illusorio, confermato dalla riapparizione delle città-stato cintate e militarizzate come fortezze. Ne sono un esempio gli Stati Uniti che, con il pretesto della paura e dell’insicurezza sociale, vedono oggi decine di milioni di cittadini reclusi nelle cosiddette gated comunities, sobborghi residenziali blindati, protetti da cinte di telecamere e guardiani armati. E sempre Virilio osserva come ciò valga ugualmente anche per il continente latinoamericano, dove le gang devastano la città a San Paolo come a Bogotà o Rio de Janiero, quando non lo fanno altrimenti gli squadroni della morte, i gruppi paramilitari o di “forze armate”, svelando il “totale caos del vecchio diritto di cittadinanza” e confermando “l’emergere di una cinta, di un campo trincerato, di uno stato poliziesco dove le forze dell’ordine sono privatizzate come lo sono state, una dopo l’altra, le imprese pubbliche”. Sintomi questi della regressione patologica della città, dove la cosmopolis, la città aperta di ieri, ha ceduto il passo alla claustropolis caratterizzata dai tratti della chiusura e dell’esclusione. Il libro, già dopo gli attentati di Londra della scorsa estate e della catastrofe di New Orleans, appariva di notevole ed evidente interesse. In realtà, il testo propone ed approfondisce anche ulteriori aspetti che ritornano di immediata attualità: soprattutto riguardanti certe strategie comunicative ed emozionali dell’attuale politica spettacolo (anzi dello “spettacolo della politica”).

Non a caso, Virilio parla e definisce l’idea di una nuova democrazia dell’emozione: “dopo i danni della democrazia d’opinione – che sostituirebbe la democrazia rappresentativa dei partiti politici – e i deliri della politica spettacolo, si immaginano facilmente quelli procurati da questa democrazia di emozione pubblica che rischia di dissolvere come l’acido, l’opinione pubblica, a beneficio di un’emozione collettivistica istantanea di cui abusano tanto i predicatori populisti, quanto i commentatori sportivi o gli animatori di rave party”. Come non pensare allora agli scenari di “miseria, terrore e morte” evocati da Berlusconi e dai suoi Berluscones dell’ultima campagna elettorale. Una campagna giocata in gran parte per suscitare paura e ansia. Perchè sempre secondo il filosofo francese, dopo la standardizzazione dell’opinione pubblica, l’omologazione dei consumi e più in generale della cultura, entriamo nell’era della “sincronizzazione dell’emozione collettiva”, in cui “il movimento panico diventa l’accelerazione della realtà che distrugge il nostro senso dell’orientamento – in altre parole la nostra visione del mondo”.

Francesco Scalone

A colloquio con l’economista francese, in occasione del suo ultimo saggio “Come sopravvivere allo sviluppo”. Distruzione della biosfera, salari bassi, primato del mercato, alcuni dei temi toccati da Serge Latouche.

Bastone sottile che non serve nemmeno da appoggio, viso canuto alla Burt Reynolds, cravatta leopardata sopra una camicia bianca con righine azzurre e viola, Serge Latouche, 66 anni portati meravigliosamente, professore emerito di scienze economiche all’università Paris Sud, esperto di rapporti economici e culturali tra Nord e Sud del mondo, fa la sua comparsa in Italia, a Bologna. La facoltà di Scienze Politiche, materialmente a pochi passi dell’ex dimora del nuovo premier Prodi, è lo sfondo architettonico per l’incontro del professore che prende a prestito il titolo del suo nuovo volume, Come sopravvivere allo sviluppo (Bollati Boringhieri), per argomentare l’utopia del nuovo secolo: la decrescita economica. In un italiano praticamente perfetto, Latouche in quasi un’ora e mezza di incontro con studenti e docenti, formula una sorta di compendio dell’intero percorso teorico-pratico che l’ha portato all’elaborazione di un concetto e di una dottrina socio-politica, avversata con la mente e con il cuore dagli economisti mondiali tutti. Ed è proprio il quesito di partenza, lontano da Giddens come dal socialismo reale e che piuttosto richiama ad una resistenza alla Davide contro Golia, ad essere rivolto immediatamente a Latouche. «Alcuni anni fa, sopravvivere allo sviluppo era un problema che interessava solo il Sud del mondo», spiega il professore francese, «il Nord voleva sviluppare il Sud e occidentalizzarlo, ma altro non era che il proseguimento della colonizzazione con altri mezzi a cui va aggiunta la relativa distruzione delle identità culturali e del tradizionale saper fare. Oggi, invece, tocca a noi occidentali: la distruzione della biosfera, la globalizzazione che altro non è che la mercatizzazione del mondo (e non la globalizzazione del mercato), quel gioco al massacro che porta ad abbassare i salari degli operai del Nord per renderli concorrenziali con quelli cinesi, altro non sono che elementi che compongono, paradossalmente, l’impossibile concetto di sviluppo sostenibile. Mentre io ritengo che l’unica soluzione stia nella società della decrescita economica».

Ma che cos’è esattamente la decrescita economica?

Non è un concetto, non è l’elemento simmetrico della crescita, nemmeno una teoria economica. E’ una parola d’ordine, è uno slogan per gridare un forte “basta” al discorso dell’ideologia economicista. Dobbiamo abbandonare il credo insensato del crescere per crescere che ha come solo obiettivo il profitto per i detentori del capitale. La crescita ha materialmente un limite. Vi faccio un esempio: ad un litro di petrolio corrispondono 5 metri cubi di foresta. A questo ritmo i 12 miliardi di ettari ancora utilizzabili nel giro di ben poco tempo si esauriranno; per non dire che le riserve di petrolio potranno bastare soltanto per altri trent’anni. Allo stesso tempo, però, basta un semplice rallentamento nel tasso di crescita per far cadere la società nello sconforto, con relativo abbandono dello stato assistenziale. Ecco perché suggerisco di uscire da questo circolo vizioso della crescita che è destinata ad esaurirsi molto presto e perché condanno anche tutta la sinistra istituzionale, oramai diventata socialiberista, che non osa uscire dal paradigma tradizionale della società della crescita.

Il problema a questo punto è come attuare i buoni propositi…

Questa sorta di ateismo contro la religione dell’economia e dello sviluppismo (straordinario vocabolo italianizzato dal francese, n. d. r.) prende le mosse dallo scollegamento del benessere dalla crescita economica, cioè far crescere il benessere diminuendo progressivamente il pil e drasticamente i costi negativi dei corollari della crescita, o ancor meglio: far decrescere il Ben-Avere statistico per migliorare il Benesssere vissuto. La base di questo percorso sarebbe internalizzare gli effetti esterni, ovvero far pagare alle imprese i costi che fanno sopportare ai clienti, agli operai e alle generazione future: dalle spese per la pubblicità (le spese pubblicitarie con 500 miliardi di dollari all’anno sono al secondo posto dei bilanci mondiali dopo i costo per gli armamenti), ai costi di spostamento di uomini e merci per il commercio che provoca insensato inquinamento.

E dopo questa sorta di umanesimo di fondo da cui partire, quali sono le altre tappe da seguire?

In primo luogo dobbiamo deeconomicizzare il nostro immaginario, che oggi ha assimilato come unici valori della vita il denaro e il guadagno; riconcettualizzare il valore di povertà, un elemento dignitoso che abbiamo trasformato in qualcosa di vergognoso; rilocalizzare le attività produttive e ritrovare la saggezza del senso del luogo e del vivere localmente; ridurre l’orario di lavoro per tutti, creando meno disoccupazione e un cambiamento di valori che ci porta a rivalutare come gli antichi, l’ozio; infine smetterla con l’assistenzialismo delle ong, reintroducendo i valori propri alle popolazioni del Sud del mondo.

Non le sembra di perseguire una sorta di mondo utopico?

Tutti, dai politici agli economisti, sanno del rischio che stiamo correndo. Basta vedere gli effetti di quella che io definisco la pedagogia delle catastrofi (guardate il comportamento degli acquisti nel post “mucca pazza”). E poi abbiamo bisogno di utopia, nel senso forte della parola, perché questi cambiamenti sono assolutamente possibili solo se lo vogliamo. Se, per esempio, prendiamo il treno da Reggio Emilia per Roma e scopriamo dopo la partenza di essere quasi arrivati a Torino, ci fermiamo, scendiamo e prendiamo il treno che porta dalla parte opposta, o no? Ecco, allora credo che la decrescita economica sia una scommessa dove la ragione, assieme alla necessità umana, porterà a democrazie locali ed ecologiche, piuttosto che al suicidio.

Messaggio 1 – Andrea, 20 maggio ’06

Un conto è dire che questo sviluppo economico ha grosse contraddizioni e pone gravi problemi sociali, ambientali, ecc., un altro conto è dire che "l'unica soluzione stia nella società della decrescita economica" (sic!!), un discorso talmente irrazionale da riconoscere che non si tratta di "un concetto, non è l'elemento simmetrico della crescita, nemmeno una teoria economica". Infatti, è una sciocchezza!

Messaggio 2 – Lorenzo, 20 maggio ’06

Su Latouche, aggiungo un elemento che può contribuire alla discussione. Una delle cose che voglio scrivere coinvolge proprio Latouche e altre forme di economie "utopistiche": per dare un giudizio veloce, non concordo con lui ne con tante altre proposte simili avanzate negli ultimi anni. Ovviamente, anche questo sarà argomentato meglio alla prossima assemblea.

Messaggio 3 – Doli, 21 maggio ’06

Ho riletto l'intervista di Turrini a Latouche, mi pare vi siano tante cose che sono nel nostro statuto, è in premessa utopico, ma perché si possano trarre elementi concreti di riflessione per ripensare il ruolo dell'economia e della politica. Non è questo che stiamo cercando di articolare? Voglio sperare che vi sia spazio anche per esercizi utopici sulla nostra rivista, ma non per questo si possa andare fuori dagli obiettivi, anzi...

Messaggio 4 – Doli, 23 maggio ’06

Visto che ieri sera il dibattito è continuato, credo che lo stesso Latouche possa dare un buon contributo per chiarire alcuni aspetti apparentemente contraddittori che erano emersi nella discussione stessa. [segue indicazione di link: http://www.socialpress.it/article.php3?id_article=1083 ]
C'e poco da fare a me convince abbastanza. Utopico o no fatico a capire come non si possano condividere le sue argomentazioni. Spero che un prossimo e articolato dibattito possa chiarirmelo.

Messaggio 5 – Andrea, 24 maggio ’06

Appena ho visto la tua segnalazione, sono andato subito a leggere di che si trattava. [Riferito all’articolo riportato nel link sopra citato. Se si può, forse vale la pena di riportarlo nel forum…]

Per dare una risposta necessariamente sintetica (è passata l'una di notte), riservandomi magari di approfondire, l'articolo salta così tanto di palo in frasca, al punto che non si preoccupa nemmeno di definire cosa sia questa idea della decrescita, se non in negativo ("non è un ritorno al passato", "è anticapitalistica", "non è solo di destra..")

Brevissimamente: che c'entra Lafargue con la decrescita? E cosa sarebbero il "lavorismo"ed il "produttivismo"?? Non è sempre stato patrimonio della nuova sinistra lo slogan "Lavorare meno, lavorare tutti?". E poi, non era addirittura Lord Keynes a prevedere, temo troppo ottimisticamente purtroppo, che cento anni dopo (scriveva nel 1930) l'uomo avrebbe potuto riscoprire "il vecchio Adamo che c'è in noi", lavorando soltanto tre o quattro ore al giorno?! Ma che c'entra tutto questo con la decrescita?!? Tra i sostenitori del diritto all'ozio ed alla liberazione del vecchio Adamo c'è un economista
molto vicino a noi. Chiedete a Gattei se "il cuccagnismo, fase suprema del capitalismo", come la chiama lui, si ottiene con la decrescita...
Invece gli ultra reazionari alla De Maistre, quelli sì che c'entrano davvero!!!

Nel seguito, mi pare che si continui a confondere indistintamente l'idea di "crescita" con l'idea di "capitalismo". Perché, gli antichi imperi non crescevano forse, anche se non esisteva una “contabilità nazionale”? E nel feudalesimo? La visione di Takis Fotopolous, invece, arriva al massimo ad immaginare come economia della crescita, ma non di mercato, soltanto lo scomparso "socialismo reale" (sic!). Semmai, bisogna prendere atto che il lavoro salariato, che ha dato il via alla fase capitalistica, nonché a tutte le sue storture e brutture, ha permesso però la fine della schiavitù, e ad una parte considerevole dell'umanità di riscattarsi ed ascendere a classi sociali più elevate. Vi sembra che le popolazioni che vivono nei continenti in cui il capitalismo non è arrivato, se non in tempi recenti, stiano tanto meglio? Dire questo significa essere capitalisti? Mah....

Mi viene un dubbio: ma non è che si confonde la crescita economica con il profitto? Occhio, perché un conto è la crescita (il PIL, tanto per intenderci), e un conto è il profitto, che è solo una parte del PIL. E generalmente, checché ne dicano i monetaristi, la crescita del PIL è correlata inversamente con la quota dei profitti. Nei mitici "golden thirty"
(dal 1948 al 1973), il PIL in Europa è cresciuto più di quanto non fosse cresciuto nei 150 anni precedenti: ma in proporzione, sono soprattutto i salari che sono cresciuti rispetto alla rendita ed al profitto. Viceversa, negli ultimi 15 anni (fase di crisi e di ristagno economico particolarmente acuta) sono soprattutto il profitto e la rendita che sono cresciuti, a danno dei salari. Allora qual è il problema? Il PIL o il profitto?! No, perché se si tratta di spingere verso la "caduta tendenziale del saggio di profitto", allora sì che mi verrebbe in mente un vecchietto con la barba che è vissuto
in Germania nel corso del XIX secolo....

Alla fine dell'articolo, emerge un altro indizio: l'idea di decrescita sarebbe connessa ai "valori di condivisione, solidarietà, eguaglianza e fratellanza". E qui trasecolo: ma come, mi si dice che l'idea della decrescita era l'idea della più grande rivoluzione borghese? Ma se è proprio dai valori della Rivoluzione Francese (assieme a quella Americana e quella Industriale inglese) che il ceto produttivistico per eccellenza, quella borghesia votata al profitto (che, pur essendo un furto ai danni dei lavoratori salariati, è comunque sempre meglio della rendita dell'aristocrazia di ancien régime) è finalmente andata al potere, tagliando la testa degli aristocratici, e scoprendo che il sangue era rosso come il
loro...

Ne avrei da dire ancora altre, ma l'ora è tarda. Solo un'ultima chiosa sulla questione nucleare: pur restando io al momento contrario ad esso, perché lo ritengo ancora non sufficientemente sicuro, tuttavia non mi sfugge che tra
qualche secolo, ma più probabilmente tra qualche decennio, la questione energetica si riproporrà in modo drammatico (benché io consideri un bene per l'umanità la finitezza delle risorse fossili), e pertanto anche il nucleare non si può escludere a priori per l'eternità. Ma questo richiederebbe un ampio dibattito sulla questione energetica (che tra l'altro aveva proposto Giorgio), e non certo sulla decrescita!!. Certo, l'Italia farebbe bene prima ad implementare il recupero di tutta l'energia da fonti rinnovabili, prima che piangere miseria...

P.S. Il lapsus di Doly è carino: in effetti anche a me quella di Latouche mi pare proprio un... Utopoco, cioè un'utopia di poco conto... ;-))

Messaggio 6 – Francesco, 24 maggio ‘06

Grande Faina! Questa mail notturna mi è piaciuta tanto che quasi quasi hai convinto anche me! ;)))

Scherzi a parte alcune delle critiche e delle osservazioni che sollevi mi sembrano molto interessanti. Tanto che dico subito che mi spiacerebbe molto se andassero perse. Magari più avanti potresti riorganizzarle in una qualche forma di intervento. Questo vale anche per eventuali interventi di risposta.
E' questo che intendevo per "discussione", ed è questo penso anche il senso dell'iniziativa partita da Lorenzo e proposta a tutti noi: leggere, riflettere, confrontarsi, cercare di capire.

E' buona anche l'idea di riprendere il tema proposto da Giorgio. Non mi sembra una bagatella, forse dovremmo rodarci. Anche la tua provocazione sul nucleare non mi scandalizza (bravo, sei il solito "la Faina"), ma forse ancora abbiamo molto da lavorare (soprattutto nel controllo di certe dinamiche che possono scatenarsi a livello personale e di gruppo).

Messaggio 7 – Doli, 24 maggio ‘06

Di sicuro sono rimasto un tantino spiazzato nel sentirmi dire che il problema dell'esauribilità delle risorse naturali della terra (petrolio, carbone etc.) non si pone "...tanto c'e un universo da sfruttare e
conquistare (Lorenzo)." Gulp!! [N.d.R. la citazione si riferisce al dibattito svolto in assemblea, non ad un intervento scritto]

Conversazione degna del ponte di un'astronave da battaglia Klingon (per fare contento Giulio citando Star Trek) più che di un gruppo di persone convinte di combattere il sistema capitalistico... comunque... va bene lo stesso sicuramente c'e una qualche sfumatura che mi sfugge. 😉

Ho anche appreso che i movimenti ambientalisti sono sponsorizzati e forse costituiti dalle grandi società di capitali, che li controllano secondo le loro esigenze. Non mi espongo per il WWF ma di Greenpeace mi fiderei un tantino di più. Quest'ulitima è stata addirittura vittima dei servizi segreti francesi e americani e non sono andati tanto per il sottile nel
tentativo di ostacolarla.

Possibile che il problema di un'economia eco-compatibile non sfiori neppure i nostri soci Lorenzo e Andrea?
Se il prezzo di tale economia fosse la decrescita, sarebbe poi tanto male?
Pensiamo anche all'economia bellica, che coinvolge risorse imponentissime, a detta di molti elemento trainante dell'economia mondiale e sicuramente di quella americana.
Controllare gli investimenti bellici, ridurli al minimo indispensabile e forse un giorno giungere al disarmo totale, è forse un'idea tanto bella quanto irrealizzabile? (anche se mi ostino a "immaginarla" possibile)
Ha senso o no pensare a questi problemi?

Come ultima il PIL come parametro della crescita. Chomsky mi ha insegnato ad essere un tantino diffidente nei suoi confronti... Meglio guardarci dentro e analizzare le singole voci.

Messaggio 8 – Doli, 25 maggio ‘06

A quanto pare la discussione sulla descrestita è stata sviluppata sulla rivista del manifesto qualche tempo fa mi pare molto interessante:

"molto interessato alla discussione che si è aperta su Liberazione a proposito della "decrescita", in quanto la rivista Carta sostiene le tesi di Serge Latouche, dalla critica all'utilitarismo all'analisi del post-sviluppo, ad esempio in Africa, fino appunto alla decrescita". A Pierluigi Sullo "pareva che su Liberazione, fino ad oggi, gli argomenti degli uni e degli altri (essendo gli altri i post-neo-keynesiani tuttora legati alla dottrina dell'aumento della produzione, cioè dei salari, cioè dei consumi, come indice del benessere di una società) avessero potuto svolgersi con una certa pacatezza. Finalmente, mi dicevo, si accetta un confronto così spinoso, per la cultura di sinistra, così duramente ancorata allo "sviluppo delle forze produttive" da "liberare" dai vincoli imposti da quel "rapporto sociale" che passa sotto il nome di
capitale. E nemmeno il disastro ambientale, o la crisi generalizzata della democrazia, o la catastrofe sociale globale, o la scelta - per molti versi obbligata - della guerra come motore dell'accumulazione hanno scalfito, negli ultimi anni, la convinzione di molti "economisti marxisti" (denominazione che a me suona come un ossimoro) che la soluzione a tutti i guai stia nella ripresa dello "sviluppo", purché al posto di guida della macchina infernale ci sia la "politica", essa sì in grado di orientare gli "investimenti", "redistribuire la ricchezza", ecc. Ma insomma, mi dicevo, questo problema si è finalmente aperto anche in un partito comunista come Rifondazione. Merito, pensavo, delle aperture culturali dell'ultimo congresso, sulla nonviolenza (che non è solo una maniera di fare gentile, ma un'altra possibile forma delle relazioni sociali nonché una critica del potere), sulla democrazia municipale (basata sul presupposto che le "classi" sono state sparpagliate sul territorio, che è la "fabbrica" neoliberista, oltre che su un diverso rapporto tra città e campagna, tra produzione e consumo), e su altre acquisizioni dell'altermondialismo.
E dello zapatismo, aggiungerò". Per Pierluigi Sullo seguendo il ragionamento di Andrea Ricci, basato sull'equazione "l'amico del mio nemico è mio nemico", "i sostenitori della decrescita, primo tra tutti Serge Latouche, sono alla meglio reazionari, sennò direttamente fascisti o nazisti, o ambedue le cose[?]
Nei miei anni giovanili mi sono anche molto occupato della corrente di pensiero che fa capo ad Alain de Benoist e, in Italia, a Marco Tarchi, con il quale - lo segnalo a Ricci come dichiarazione di colpevolezza - ho perfino tenuto, in anni lontani, un carteggio che aveva al suo centro le rispettive, molto diverse, interpretazioni di Antonio Gramsci. Di questo tema ebbi modo di dibattere, con Tarchi, a un "Campo Hobbit", sorta di camping estivo dei neonazisti che ero andato a visitare per scriverne sul manifesto, di fronte a duecento camerati in tuta mimetica e con il cranio rasato. Ricci ne ricaverà un ulteriore teorema: ecco da dove viene Carta, dove nasce la sua passione per la decrescita.
Io cito questi fatti, invece, per dire che so bene di che cosa stiamo parlando, e quanto vecchia (inizio anni ottanta) è la "scoperta" del comunitarismo di stampo neonazista (il fascismo c'entra poco, faccio notare a Ricci). Da allora molta acqua è passata sotto i ponti e molto neoliberismo ha frantumato e ristrutturato (sto citando Marcos) le nazioni, i popoli, gli Stati e, va da sé, i modi della produzione. Ed è francamente inquietante che vi sia chi, come Ricci, evidentemente smarrito in una scolastica "marxista" (ma lasciamo in pace Marx), come quel tale cavaliere, che non se n'era accorto, andava combattendo ed era morto. Seguissi lo stesso stile, potrei "dimostrare" che gli appelli allo "sviluppo" o alla "crescita" di questa sinistra-economista sono identici a quelli del presidente del Fondo monetario o, più modestamente,
del capo della Confindustria o del governatore della Banca d'Italia. E che infatti il sostegno della sinistra più "responsabile" a privatizzazioni, ponti sugli stretti e altri orrori antisociali germina da quella medesima
radice".

Messaggio 9 – Andrea, 25 maggio

Lo ripeto per l'ennesima volta (anche qui problemi di comunicazione, a quanto pare...): un conto è occuparsi di una prospettiva di crescita economica eco-compatibile, cosa che ritengo non solo opportuna ma anche necessaria, un conto è postulare la decrescita... Mi paiono due prospettive così diverse, che non capisco come possano essere confuse!
Ripeto anche (per la terza volta) che ritengo la finitezza delle risorse fossili una buona cosa per l'umanità...

Messaggio 10 – Doli, 25 maggio ’06

Riassumi in modo schematico (1,2,3... etc) le tue obiezioni.
Cercherò di rispondere punto per punto, ma mi pareva che il materiale che ho "scavato" riassumesse e forse in alcune parti sviluppasse le posizione di entrambi.
Comunque lunedì ho udito poche volte la parola "crescita eco-compatibile", ma forse non ho afferrato bene, no problem.
Utopico o fattibile, scambierei volentieri mercato delle armi e consumo delle risorse fossili in cambio di maggiore salute pubblica e molti degli oggetti superflui di cui le nostre case sono zeppe.

Messaggio 11 – Andrea, 26 maggio ‘06

Mi limito solo ribadire che tutti questi sostenitori della "decrescita": 1) continuano a definire questa ricetta "in negativo", senza spiegare come funzionerebbe; 2) generalmente chi sostiene questa tesi la argomenta in termini (pre)politici, ma mi pare che nessuno ne sappia un acca di economia; 3) forse, se vi toglieste il pregiudizio che l'economia è una disciplina per capitalisti o, peggio, che serve solo a capire come si fanno i soldi, potremmo svelare l'equivoco; 4) per questo chi scrive di decrescita non conosce Marx, oppure ne conosce solo l'aspetto più filosofico; 5) l'idea della decrescita non la paragonerei tanto al nazifascismo, quanto ai pensatori reazionari antirivoluzionari (nel senso anti rivoluzione francese/liberale/industriale), e quindi difensori del più oscuro ancién régime: alla De Maistre o alla Burke, per l'appunto.

Messaggio 12 – Lorenzo, 27 maggio ’06

Fondamentalmente mi trovo d'accordo con Andrea.
In sintesi,come già detto,si tratta di posizioni neo-malthusiane, utopiche e pure raffazzonate.
Si guarda, in maniera non palese ma chiara, a un passato ritenuto migliore del presente, quando l'uomo non violentava la natura, non era ossessionato dai consumi e viveva quindi felice e contento. O, peggio, si pensa di poter fermare
lo sviluppo e dire "ok, così basta".
Non mi sembrano posizioni propriamente progressiste (ops!),volevo dire...mi sembrano un po' conservatrici se non reazionarie.
In ogni caso, sarebbe interessante che mi fossero segnalate pubblicazioni on line e cartacee dove possa approfondire l'argomento e scrivere quell'articolo che avevo in mente.

Messaggio 13 – Giulio Cesare, 28 maggio ’06

Non potendo per ora intervenire approfonditamente sulla decrescita, dirò che in sede politica, ibi et nunc, si traduce sicuramente in misure reazionarie, ma noi eravamo in sede teoretica ed allora è lecito mettere in dubbio il dogma produttivista (purché non davanti alla servitù ;-)). Scartare a priori le soluzioni a PIL stazionario o decrescente deve essere giustificato razionalmente. Si potrebbe farlo in Teoria dei Giochi mostrando che la strategia a PIL crescente domina le altre sulla matrice delle vincite, ma non spetta a me farlo, dato che ho espresso il dubbio. Se poi proprio non ce la fate, gioco anch'io con voi 😉

Messaggio 14 – Giorgio, 1 giugno ’06

La formula della decrescita di Serge Latouche si riduce, come egli stesso afferma, ad un semplice grido per le folle, uno slogan, e che sia Latouche stesso a presentare la propria teoria come uno slogan mi rende al quanto scettico sulla sua efficacia. Mi piacerebbe sapere come l'economista francese, al di là dei riflessi sensazionali che la sua elucubrazione può suscitare sul pubblico, sia in grado di dimostrare, con i crismi della disciplina di cui si occupa, che la teoria della decrescita è sostenibile e, soprattutto, implementabile (spalanco i padiglione auricolare a repliche e bibliografia).

Prima di proseguire apro una parentesi su un argomento specifico a cui Latouche fa cenno: ecologia e petrolio. Sono d'accordo con quanto dice riguardo al pericolo che incombe sui cosiddetti "polmoni del pianeta", miliardi di ettari di foresta che di giorno in giorno sono annientati dagli interessi dei grandi capitali; per nulla d'accordo (e qui sottoscrivo quanto già stato detto da Andrea) mi trovo sulle preoccupazioni che susciterebbero le risorse limitate (a trent'anni, quaranta?) dei combustibili fossili. Più che gridare "cittadini del mondo, siate cauti con lo sviluppo e la crescita economica perché di questo passo le risorse energetiche finiranno presto" sono dell'idea che prima secchiamo i giacimenti petroliferi di tutto il pianeta, prima possiamo orientare con serietà i nostri saperi e convertire le nostre economie verso la frontiera delle energie rinnovabili. A meno che non interessi quali nuovi scenari geopolitici si prospetterebbero e quali benefici nei confronti dell'ecosistema tutto si genererebbero con la cessazione dell'uso dei combustibili fossili (e qui gli esperti non sanno più in quale lingua dirlo per farcelo capire).

Detto questo, torno alle parole dell'intervista che mi hanno maggiormente stimolato. Il concetto che fatico molto a razionalizzare è l'aumento del benessere sociale a fronte di una diminuzione del PIL, che Latouche propone di realizzare mediante una progressiva diminuzione dei «costi negativi dei corollari della crescita». Accollare le spese di pubblicità e di logistica alle imprese e non ai clienti, come dice Latouche, in cosa dovrebbe tradursi se non in una generale diminuzione dei prezzi dei singoli prodotti? Come a dire: capitalista, vedi un po' di togliere dalla merce che produci il costo della pubblicità e del trasporto che se no il nostro benessere, nemmeno col cannocchiale! Umm, ma una volta non si diceva che la pubblicità è l'anima del commercio e viceversa? Ditemi voi se, in qualunque ottica di consumo, pubblicità e trasporto possono definirsi «costi corollari della crescita». Comunque, se ho capito bene e le cose stanno così, Latouche ci dice che in definitiva il capitale dovrebbe cedere parte del proprio profitto in "capitale pubblico". Stupendo, ma questo somiglia tanto all'umanesimo di Carletto Marx, e chi potrebbe negare la meraviglia di una simile utopia? Ma se si volesse far scendere l'utopia dal suo firmamento come può il teorema di Latouche realizzarsi, quali sarebbero gli attori sociali dal cui contenzioso si genererebbe questo "benessere collettivo"? C'è un dato storico che fa una differenza macroscopica tra Latouche e Marx. La lunga e dolorosa storia della classe operaia e delle lotte sindacali per i diritti e l'aumento salariale vede precise parti sociali battersi per ottenere un aumento del proprio "Benessere" (usiamo pure l'espressione di Latouche). In prima istanza diciamo che in questo caso si e trattato e si tratta ancora di un duello nel quale le stesse parti sociali lottano con le proprie pragmatiche armi: il lavoro, la contrattazione. In secondo luogo -ed è ciò che più conta- di fronte al capitale c'è l'operaio e, viceversa, di fronte all'operaio si staglia il capitale, la partita vera è questa, dice Marx. Se il buon Carletto diceva che lo scontro è tra le due classi contrapposte, in Latouche il contenzioso tra chi è? Qualcuno forse direbbe che ad imporre una razionalizzazione delle spese dei grandi capitali in direzione di un maggior benessere sociale occorra una regolamentazione del mercato da parte delle istituzioni (come a dire, facciamo un passo indietro di oltre 200 anni e applichiamo le teorie dei mercantilisti inglesi). Inoltre, come possiamo pensare di ridurre «i costi di spostamento di uomini e merci per il commercio» in un'economia globalizzata come quella del presente? Ecco dove sta la bontà di Latouche: dichiarare subito che la teoria della decrescita deve scampanellare come uno slogan e che quindi -aggiungo io- starebbe meglio dentro un trattato di etica delle responsabilità dell'uomo capitalista, piuttosto che in una formula economica. In altre parole, uno slogan non è un programma, a meno che non si voglia prendere spunto dalle nostre campagne elettorali.

Messaggio 15 – Doli, 1 giugno ‘06

Beh detto questo, che puo anche essere condivisibile, i ragazzi della decrescita vanno giù "peso"...
Hanno fatto un sito e una rivista sulla nostra stessa idea, internet e PDF stampabile, bellissimi con illustrazioni e grafica.

Fateci una visitina http://www.decrescita.it

Se posso permettermi un commento da un filosofo mi sarei aspettato uno slancio nell'utopia. Anche se inattuabile la decrescita è comunque un esercizio di pensiero utopico che merita di essere sviluppato fino in fondo.
Fosse solamente per il suo valore immunizzante dall'omologazione di un immaginario econimico basato sulla perversione.

Messaggio 16 – Giorgio, 1 giugno ’06

Ciao Roberto. Grazie per la segnalazione, ho fatto la visitina a decrescita.it. e, sorvolando sui contenuti, dici giusto, ha una veste grafica che faremmo bene ad osservare.
Pare che tra gli orizzonti ideali degli sbandieratori dello slogan (tra gli antisviluppisti c'è una consapevolezza dichiarata e rispettabilissima che si tratta appunto di uno slogan) la salvaguardia dell'ecosistema sia tra le prime file. Ed è un dato che sull'argomento mi annebbia ancor di più le idee. Insomma, dico, se proprio adesso saliamo sul treno per Roma (la metafora di Latouche) anzichè restare su quello per Torino, come ci scalderemo in inverno, come arriveranno le derrate sul banco dei lattai e dei fruttivendoli, come dovranno essere ripensati i servizi? Indubbiamente l'ecosistema ristabilirebbe presto i suoi equilibri (e sia chiaro, l'ambiente mi sta a cuore almeno quanto a loro), ma il genere umano è come se si svegliasse da un sogno durato almeno quattro secoli; siamo tutti disposti ad accettarlo? Io no.
Hai ragione, forse qui manca un po' di quello slancio utopico che anche il filosofo più cinico e realista ha colto nella vulgata dei manuali della storia del pensiero. Ciò non vuol dire tuttavia che io non abbia un pensatoio utopico personale. E se vuoi è ancora più staccato da terra di quanto sia l'antisviluppismo che ci siamo or ora sottoposti: preferisco sognare il paradiso terrestre della cibernetica ad energia rinnovabile dove l'uomo siede paffuto, ozioso, ben ossigenato e servito dalle macchine. E va da sè che la via per giungervi non sta nell'equazione arresto-retrocessione dello sviluppo (fatto mi risulta mai verificatosi arbitrariamente nella storia dell'umanità), quanto piuttosto in un progressivo superamento dell'attuale stadio del cammino umano.

Messaggio 17 – Andrea, 2 giugno ’06

Ho dato anch'io un'occhiatina al sito.

A parte la struttura del sito e la grafica, indubbiamente molto carini, per il resto mi paiono una gabbia di matti!
Innanzitutto devo prendere atto, assai dolorosamente, che ignoravo quanto simili idiozie abbiano preso piede in vaste aree della sinistra alternativa e/o antagonista e/o altermondista, a partire da solide roccaforti analitiche, come "Le Monde Diplomatique", fino, ahimé, a Liberazione, ergo a Rifondazione.
Per questo motivo, ho cercato a fondo, leggendo alcuni dei documenti contenuti nel sito, di capire perché mai cosi tanti compagni (?) siano stati folgorati dal credo antisviluppista.

In sintesi, ho trovato tre tipi di risposte: una concreta, una ideologica ed una, per così dire, "mistica".

La prima è che lo sviluppo economico fin qui perseguito starebbe minacciando l'ambiente, e l'umanità;
la seconda è che questo tipo di sviluppo (capitalismo) sarebbe iniquo ed alla base di ogni ingiustizia sociale;
la terza, mi pare di capire, starebbe in un rifiuto della complessità e della modernità, e nella ricerca quindi di una sorta di mistica new age: rifiuto degli elettrodomestici (a partire dalla tv), rifuto della mobilità e dell'automobile, rifiuto della grande distribuzione, ritorno in campagna a coltivare l'orto... A me pare il trionfo dell'eremitismo, altro che cooperazione e solidarietà...

Alle prime due mi pare di avere già risposto nelle precedenti e-mail, mentre alla terza mi pare che ogni commento sia superfluo... Già il fatto che questi qui usino la tecnologia più avanzata (internet), con conseguente spreco, ehm... utilizzo energetico mi pare che la dica lunga sulla sensatezza delle loro idee.

Ma veniamo a qualcosa di più specifico:

1) Vorrei innanzitutto chiarire questa storia della presunta "colonizzazione dell'immaginario", ovvero dell'equivoco linguistico (ancora!) sul cosiddetto "dogma produttivistico", e sulla "crescita fine a se stessa". Vorrei chiarirlo addirittura da un punto di vista antropologico, perché così va inteso. L'Uomo, in quanto animale culturale, non è in grado di fornire una risposta istintuale a molte delle sue pulsioni. Per questo, sin dall'inizio del processo di ominizzazione ha cominciato a "produrre": ha prodotto strumenti (armi) per cacciare e quindi nutrirsi, pelli per vestirsi, rudimentali abitazioni per proteggersi... Dunque produrre è qualcosa di intrinsecamente umano, e nessuno lo ha mai postulato come "dogma". Sarebbe come dire "il dogma del consumo del cibo", quando uno ha fame!
Ora, ripeto per l'ennesima volta, se nel suo millenario percorso di progresso (e talvolta anche di regresso, perché le cose si possono anche disimparare, come nell'alto medioevo) lo sviluppo umano ha messo a repentaglio l'ambiente e (forse) la sua stessa esistenza, allora si dovranno cercare delle soluzioni, anche radicali se necessario. Allora, parliamo di questo! Voglio esagerare: si potrebbero dover adottare soluzioni che potrebbero persino costringere a rallentare la produzione (ma non ci credo molto). Ma postulare addirittura la fine della crescita non è solo utopico: è disumano!!

2) ancora sull'idea che la crescita sia fonte di ingiustizie. Si dice, in un articolo-manifesto di Jacques Ellul (Le Monde Diplomatique, novembre 2003): "Un cittadino degli Stati uniti sfrutta in media 9,6 ettari di superficie terrestre, un canadese 7,2, un europeo medio 4,5. Siamo lontanissimi dall'uguaglianza planetaria, e più ancora da una civiltà sostenibile, per la quale non potremmo sfruttare più di 1,4 ettari a testa - e per di più con il presupposto che la popolazione rimanga al livello attuale". A parte il fatto che non si spiega come si arriva a questo conto, ma l'autore ha forse fatto i conti per verificare se tale sfruttamento era maggiore o minore alcuni secoli fa, che so, nel feudalesimo? E poi che significa "in media"? Se mi parli di disuguaglianza non mi dovresti parlare di media, semmai di varianza...
L'articolo di Ellul è, in realtà, pieno di affermazioni calate dall'alto, senza alcuna argomentazione, che è tipico dei maestri di qualche mistica, o dei profeti dell'apocalisse. Ecco alcuni esempi:

"Lo sconvolgimento climatico avanza di pari passo con le guerre del petrolio, cui seguiranno quelle per l'acqua, ma non solo. Si temono pandemie, e corriamo inoltre il rischio della scomparsa di specie vegetali e animali essenziali in seguito alle prevedibili catastrofi biogenetiche".

"La società della crescita si può definire come una società dominata da un'economia improntata, per l'appunto, al principio della crescita, dal quale tende a lasciarsi fagocitare. La crescita fine a se stessa diventa così l'obiettivo primario della vita, se non addirittura il solo".

"Infine, ci vuole proprio la fede incrollabile degli economisti ortodossi per pensare che la scienza del futuro possa essere in grado di risolvere tutti i problemi, e per ritenere illimitate le possibilità di sostituire la natura con l'artificio".
"Secondo Ivan Illich, la fine programmata della società della crescita non sarebbe necessariamente un male. "C'è una buona notizia: la rinuncia al nostro modello di vita non è affatto il sacrificio di qualcosa di intrinsecamente buono, per timore di incorrere nei suoi effetti collaterali nocivi - un po' come quando ci si astiene da una pietanza squisita per evitare i rischi che potrebbe comportare. Di fatto, quella pietanza è pessima di per sé, e avremmo tutto da guadagnare facendone a meno: vivere diversamente per vivere meglio". La società della crescita non è auspicabile per almeno tre motivi: perché incrementa le disuguaglianze e le ingiustizie; perché dispensa un benessere largamente illusorio, e perché non offre un tipo di vita conviviale neppure ai "benestanti": è un'"antisocietà" malata della propria ricchezza. Il miglioramento del tenore di vita di cui crede di beneficiare la maggioranza degli abitanti dei paesi del Nord si rivela sempre più un'illusione."

3) Per concludere, ribadisco ancora una cosa: se la decrescita fosse la soluzione, allora l'Europa degli ultimi 15 anni dovrebbe essere un paradiso terrestre, visti i livelli minimi storici di crescita toccati in questo periodo dal vecchio continente. E invece, rendita e profitto sono aumentati, le disuguaglianze anche, le ore lavorate anche, e la precarietà anche, mentre è diminuita la produttività! Altro che cooperazione e solidarietà!
Viceversa, "lavorare meno, lavorare tutti" significa favorire lo sviluppo redistribuendo ricchezza (quindi facendo aumentare i consumi), e aumentando la produttività del capitale (cioè tecnologica), e non del lavoro (cioè riducendo i salari).

4) Da ultimo, leggetevi il delirante decalogo del perfetto "antisviluppista" in uno degli articoli del sito: roba da non credere! Buttate via la TV, buttate via l'auto, non prendete l'aereo, non muovetevi, anzi, andate ad abitare dove lavorate (magari nel famoso orticello...), ...insomma, davvero divertente se non ci fosse davvero tanta gente abbindolata da questo delirio!

Messaggio 18 – Doli, 4 giugno ’06

Bene, vedo che anche tu ad argomenti non sei poi così razionale...

>A parte la struttura del sito e la grafica, indubbiamente molto carini, per il resto mi paiono una gabbia di matti!

Vabbe...

C'è un punto 0: dammi un elemento oggettivo, ricerca scientifica qualificata che dimostri che il nostro ecosistema non sia in pericolo sia sul breve-medio che lungo periodo. A riguado il parere scientifico è quasi unanime. Si discostavano
solo un gruppo di scienziati collegati all'amministrazione americana, nel periodo firma protocollo Kyoto. Vedi un po' tu...

Ti assicuro che hanno più coscienza ecologista i dirigenti della multinazionele chimica dove lavoro, che il compagno Faina... Che lo facciano solo per moda?

1) Quindi? Per motivi antropologici siamo condannati alla crescita infinita? E quindi anche alla guerra infinita, visto che il conflitto appartiene alla storia dell'umanità almeno quanto il produttivismo.

Io spero che un poco di sale in zucca prima o poi dimostriamo di avercelo, e si riesca a trovare un modo di pensare il nostro essere nel mondo un poco diverso. Che la produzione non sia uguale alla felicità lo dimostrano proprio gli americani, che sembrerebbero essere oltre il 40° posto in termini di qualità della vita.

Personalmente penso alla decrescita come ad un anticorpo che permetta a tutti di fare i conti con le risorse naturali limitate. E se questo permette il modificarsi dei consumi e quindi delle produzioni il prima possibile ben venga.

2) addirittura non credi che occorrano molti più ettari di terra per "sfamare" un americano rispetto ad un europeo? O forse ti riferisci al dato medio del 1,4 come soglia di sostenibilità? Per conto mio ti possi dire che non ci tengo ad arrivare al modello produttivo-consumistico degli americani, per carità. Ti ricordo tra l'altro che quei livelli produttivi sono sostenuti dal livelli di consumo, indotti da modelli assolutamente patologici, ingozzati di pubblicità e sprechi di
ogni sorta. SuperSizeMe!!

Mi spiace che tu voglia bollare come "simili idiozie" argomenti che sono sotto gli occhi di tutti, e che prima o poi, lo dici anche tu, dovremo fare i conti con l'esaurimento di parte di risorse naturali.
Considerali argomenti con i quali confrontarsi, con i quali dialogare con chi non la pensa come te. Mi sarei aspettato da parte tua cosiderazione meramente più economiche, che dimostrassero l'inattuabilità di una decrescita generalizzata dei sistemi economici occidentali, ma così non è stato, hai preferito una strada che sinceramente non comprendo e che mi fa
domandare su quali basi possiamo impostare sulla rivista un pensiero soggettivo unificante capace di combattere il germe del capitalismo.

Potresti rispondere a quest'ultima domanda?

Messaggio 19 – Giulio Cesare, 5 giugno ’06

>... Se il buon Carletto diceva che lo scontro è tra le due classi contrapposte, in Latouche il contenzioso tra chi è? ...

Nella ricostruzione Gatteiana del marxismo italiano, fatta all'ultima conferenza del "maggio filosofico", il filone ortodosso (Stalin+Gramsci, giù fino a Berlinguer) vedeva lo scontro come l'umanità contro i pochi cattivi (bignamizzazione di una bignamizzazione). Se poi si considera che il filone eterodosso di Della Volpe (da non confondere con Volpi di cui si parla in thread intrecciati con questo) (Colletti-Panzieri-Tronti-Negri: operaismo), mediato dal secondo Tronti (a parte la deriva del secondo Negri) passa dall'"autonomia del politico" all'"autonomia della politica" e quindi riconfluisce sostanzialmente nel primo filone, si capisce che una visione alla Latouche dello scontro può essere compatibile con il marxismo italiano, IMHO.
E Cacciari c'entra anche qui: forse dovremmo ibridare i due thread.
Vorrei approfondire la ricostruzione, perché, come sempre, c'ero. 😉
Da un lato una conferma: Il Compagno Sandro, sedotto da Tronti, nell'"epistolario americano" (ero negli USA e di nuovo era il '78), mi scriveva del "nostro maestro di prassi" quando voleva riferirsi a Stalin.
Dall'altra una smentita: io che mi opponevo al secondo Tronti, dove mi collocavo? Vabbè che ero IL Compagno Empirista, purtuttavia avevo dei "compagni di strada" e non erano della deriva Negriana, proto-smaterialista; da dove venivano? "Sento" che ci manca un pezzo, ma non posso fidarmi dei miei ricordi, quale cellula, fosse pure corticale,
del corpo smembrato del Soggetto Collettivo, non più di quanto ci si possa fidare della "perle di consapevolezza" dell'Imperatore-Dio incorporate nei vermi delle sabbie dopo il suo smembramento alla fine del ciclo di Dune di
Farmer.
"Passa il sogno perduto di ricomposizione / ma come ricomporre un bacio, un'emozione" (Zombi di tutto il mondo, unitevi - Spettacolo teatrale di Gianfranco Manfredi e Riky Gianco)
Vorrei ripartire da zero, con gli strumenti della "storia del tempo presente" (seguito seminario di Marchetti) per ricostruire la vicenda: credo che la fine degli anni '70 sia stato uno snodo cruciale da tutti i punti di vista e sia stato rimosso, parlandone molto e dicendo Nulla.
Interessati?
Chi vuol cominciare riassumendo collettivamente la conferenza di Gattei sul testo di Corradi?
Progetto:
Fase 1: fissare ciò che abbiamo
1) Recensione del testo
2) Riassunto mio e di chi vuole della conferenza
3) Revisione di Gattei
4) Pubblicazione recensione ed articolo
5) Dibatito, altri articoli, ecc.
Fase 2: ricerche ulteriori
7) Esiste una terza filiera?
...
E se facessimo le recensioni di tutti i testi del "maggio filosofico"? o meglio del "maggio filosofico" stesso? Ho sempre considerato un gran spreco non arrivare ad un opuscoletto a conclusione dell'iniziativa, da aver pronto per l'anno seguente, senno si ricomincia sempre da capo collettivamente, al di là dei ricordi personali. Ho paura di essere l'unico
ad aver vissuto tutte le iniziative Marxiane: dal "Gruppo di Lettura del Capitale" alla "Casa della Cultura", la stampa dei "Capitalini", l'incontro con Gattei, i primi cicli di conferenze presso la sede delle RdB, fino ad arrivare al primo "Maggio Filosofico", ed ho tutto il materiale fino al '97, quando cessò di funzionare l'organizzazione militante di riferimento, poi vado a macchie di leopardo. Riuscite a documentare qualcosa dal '97 in poi? Anche solo gli opuscoletti distribuiti in sala son meglio di niente.
Penso sia ora di tornare a scrivere qualcosa collettivamente, su Marx, e farlo circolare dove serve di più. Vi porterò una reliquia, un "Capitalino" originale, magari quello con le note a mano di Gattei, appena l'archivio stocastico me lo produce, per far capire cosa intendo.
Ma che anno è oggi? Mamma mia come è tardi! Non so se sarà possibile.

Messaggio 20 – Andrea, 6 giugno ’06 (6/6/06!)
Premesso che "mi paiono una gabbia di matti" precedeva le argomentazioni "razionali", veniamo al merito.

Mi pare essenziale partire dalla fine. Doly mi dice:

>Considerali argomenti con i quali confrontarsi, con i quali dialogare con chi non la pensa come te.

Speravo che non fosse necessario, ma, come ho già detto, la diffusione di un discorso così irrazionale (così ingentilisco le "idiozie") è così sorprendentemente vasta, che sento l'obbligo morale di dovermici
confrontare.

>Mi sarei aspettato da parte tua considerazione meramente più economiche, che dimostrassero l'inattuabilità di una decrescita generalizzata dei sistemi economici occidentali, ma così non è stato, hai preferito una strada che sinceramente non comprendo e che mi fa domandare su quali basi possiamo impostare sulla rivista un pensiero soggettivo unificante capace di combattere il germe del capitalismo.

Anche questo tipo di risposte pensavo di averle già date nelle mie precedenti e-mail. Ma visto che non è stato sufficiente, tenterò una sorta di immane "risposta fiume", più esaustiva possibile. Ti (vi) dico subito che non penso di combattere il capitalismo postulando un ritorno al feudalesimo, agli antichi imperi o all'uomo delle caverne. Detto questo, la risposta sull'uscita del capitalismo è alla fine della e-mail.

E veniamo alle varie questioni.

1) Questione ecologia.
Se io fossi davvero uno degli scienziati collegati all'amministrazione americana, ti potrei ribaltare la tesi secondo cui:
>C'è un punto 0: dammi un elemento oggettivo, ricerca scientifica qualificata che dimostri che il nostro ecosistema non >sia in pericolo sia sul breve-medio che lungo periodo. A riguado il parere scientifico è quasi unanime. Si discostavano >solo un gruppo di scienziati collegati all'amministrazione americana, nel periodo firma protocollo Kyoto. Vedi un po' >tu...

in questo modo:
"C'è un punto 0: dammi un elemento oggettivo, ricerca scientifica qualificata che dimostri che il nostro ecosistema SIA in pericolo sia sul breve-medio che lungo periodo".
Non sono convinto che su questo ci sia un parere scientifico quasi unanime. Può darsi che mi sbagli, se così fosse dammi (datemi) dei riferimenti più precisi...

Siccome, però, non sono uno degli scienziati collegati all'amministrazione americana, ribadisco che sono molto sensibile alle tematiche ambientali, al punto che mi piacerebbe dibattere di questo, e non della decrescita. Ad esempio, Giorgio aveva proposto di trattare il tema comune "Energia". Non ne so molto, ma sarebbe interessante dibatterne insieme.

Ribadisco quindi per la centesima volta: la soluzione del problema ambientale NON implica la decrescita; al massimo PUO' comportare un rallentamento della crescita. Se così fosse, SOSTENGO CHE E' OPPORTUNO PERSEGUIRE UNO SVILUPPO SOSTENIBILE, ANCHE SE CIO' DOVESSE COMPORTARE UN RALLENTAMENTO DELLA CRESCITA. Tuttavia, capirete che UN CONTO E' PERSEGUIRE UNO SVILUPPO SOSTENIBILE, UN CONTO E' POSTULARE LA DECRESCITA! Su questo punto cruciale, spero di essere stato chiaro questa volta.
Facciamo un esempio: uno che sostiene il perseguimento di uno sviluppo sostenibile sostituisce il suo scaldabagno elettrico o a metano con dei pannelli solari (e così facendo fa crescere il PIL). Uno che sostiene la decrescita, invece, o si fa la doccia fredda, o addirittura non si lava, così non consuma acqua!!!
E ancora: uno che persegue uno sviluppo sostenibile cerca di muoversi, ove possibile, con bicicletta, a piedi o in treno. E se usa un mezzo pubblico, contribuisce a far crescere il PIL. Uno che sostiene la decrescita, invece, sta a casa e non si muove (o al massimo coltiva l'orto!).

Se la coscienza ecologista dei dirigenti di Doly, li spinge a sostenere uno sviluppo sostenibile, me ne compiaccio.

2) Questione antropologia (culturale).
Premesso che il "fare, costruire e brigare" non è una condanna, ma è, come avevo argomentato, la peculiarità dell'uomo in quanto essere culturale, il conflitto è invece una dimensione "pre-culturale" e costituisce banalmente
un problema, perché mette a repentaglio l'esistenza della specie.
Infatti, anche gli animali entrano in conflitto ("fanno la guerra"), ma la soluzione per loro è mediata istintualmente (il territorio marcato, la gerarchia riconosciuta del branco, ecc.). Certo, anche gli animali della stessa specie si aggrediscono l'un l'altro (per lo più per la conquista del partner), ma il conflitto è regolato istintualmente. L'uomo, in quanto essere culturale, ha fatto certamente più fatica a regolare il conflitto. Si è comunque dotato di istituzioni (strumento culturale per eccellenza) che fanno "economia di violenza". Ad esempio, il fatto che discutendo (ancora ;-)) non ci pigliamo a pugni è per lo più il frutto di convenzioni culturali. Le leggi ed i tribunali, ancora, regolano i conflitti pacificamente, e la "terzietà" del giudice dovrebbe essere la garanzia che non ci sia vendetta (giustizia sommaria o personale). Tema evidentemente di stringente attualità, quella dell'indipendenza del potere giudiziario...
Ecco perché, dunque, non siamo condannati alla guerra infinita. Certo, se poi ci sono degli arretramenti della civiltà, sta a noi portare avanti le giuste battaglie culturali!

Incrocio per un attimo i due thread, come dice Giulio, per dire che quanto ho appena affermato non mi pare certo nichilista... Anzi, questa idea degli antisviluppisti di non fare niente, questa sì che mi pare davvero nichilista!!
Vabbé!

Ancora, sull'equazione produzione=felicità. Il premio Nobel Amartya Sen ha elaborato un indice di benessere che tenga conto di tanti parametri e non solo del PIL. Innanzitutto, non conta solo quanto cresce il PIL, ma anche come viene distribuito. In secondo luogo, conta quanta parte del PIL sia destinata in istruzione, welfare, ecc.; in terzo luogo, contano le condizioni sanitarie, ambientali, le opportunità di mobilità sociale, ecc. Ci sono forse altri parametri che ora mi sfuggono. Quello che è importante, però, è che se la ricchezza decresce, tutto il resto diventa molto più complicato, se non impossibile. Insomma, un conto è, ad esempio, tagliare le spese militari e destinare quelle risorse per i servizi sociali. Un conto è auspicare che le risorse economiche non crescano, cosicché nulla potrà essere fatto!! Posto che ci
siano poche risorse naturali, un conto è cercare un aumento della produttività (crescita tecnologica), in modo da produrre di più con meno risorse; un conto è dire "Ok, non ci sono risorse, fermiamoci e buonanotte!"

A questo proposito, vorrei fare un chiarimento semantico sulla parola "risorsa": le risorse non sono solo quelle naturali, ma sono anche i beni capitali e quelli di consumo; ci sono poi le risorse umane e le risorse finanziarie. Le "risorse" non sono dunque "date" in natura, se non in minima parte. Le risorse sono pertanto per lo più... prodotte!!! E se decidiamo di non produrre più, vorrà dire che avremo ancora meno risorse! E' ciò che sta accadendo all'Italia negli ultimi anni è emblematico: la scarsa crescita ha privato il Paese di risorse per i salari pubblici e per il welfare, oltre che per pagare il debito pubblico!

3) Questione "ettari di terra" (articolo di Ellul).
Non ho messo in dubbio che "occorrano molti più ettari di terra per "sfamare" un americano rispetto ad un europeo" (non lo so, ne prendo atto). Ho detto che, se uno parla di disuguaglianze, allora dovrebbe citare la varianza, non la media. Quando mi si dice che "Un cittadino degli Stati uniti sfrutta in media 9,6 ettari di superficie terrestre", vorrei capire se tutti sfruttano 9,6 ettari, oppure qualcuno ne sfrutta 19,2 e qualcun'altro 0. In alternativa alla varianza, esiste una misura di disuguaglianza che è l'indice di Gini [se l'indice è pari a 0 vi è perfetta equidistribuzione; se l'indice è pari a 1, allora vi è massima disuguaglianza: uno ha tutto, e gli altri non hanno niente]. Se si parla di disuguaglianza bisognerebbe usarlo, e fare dei confronti anche col passato.
Insomma, se si fa un discorso lo si deve argomentare razionalmente, non si possono buttare lì dei numeri a casaccio...

4) Questione economica, anti capitalistica, legata a "i livelli di consumo, indotti da modelli assolutamente patologici, ingozzati di pubblicità e sprechi di ogni sorta. SuperSizeMe!!".
L'idea del capitalista-bue di fare profitto vendendo prodotti facilmente deperibili o che vengano sostituiti in fretta va contro la crescita economica. In questo modo, infatti, il mercato si satura in fretta, è una strategia di breve periodo senza sbocco, alla pari di quella, sempre di moda per il capitalista-bue, di tagliare i salari o di allungare la giornata lavorativa.
Se parliamo invece di beni di lusso, di nicchia o d'élite, allora avevo già detto in una precedente mail che questi beni vanno forte nei momenti di crisi, quando la ricchezza si concentra nelle mani di pochi.

Ribadisco un concetto fondamentale già espresso nella mia e-mail del 24 maggio scorso:

"un conto è la CRESCITA (il PIL, tanto per intenderci), e un conto è il PROFITTO, che è solo UNA PARTE del PIL. E
generalmente, checché ne dicano i monetaristi, la CRESCITA del PIL è CORRELATA INVERSAMENTE CON LA QUOTA DEI PROFITTI. Nei mitici "golden thirties" (dal 1948 al 1973), il PIL in Europa è cresciuto più di quanto non fosse cresciuto nei 150 anni precedenti: ma in proporzione, sono soprattutto i salari che sono cresciuti rispetto alla rendita ed al profitto. Viceversa, negli ultimi 15 anni (fase di crisi e di ristagno economico particolarmente acuta) sono soprattutto il profitto e la rendita che sono cresciuti, a danno dei salari. Allora qual è il problema? Il PIL o il profitto?! No, perché se si tratta di spingere verso la "caduta tendenziale del saggio di profitto", allora sì che mi verrebbe in mente un vecchietto con la barba che è vissuto in Germania nel corso del XIX secolo...."

Per rendervene conto, leggetevi la lunga e bella analisi di Marcello De Cecco su "Affari&Finanza" di ieri (5 giugno), con tutti i dati relativi alla minore crescita ed alla maggiore quota di profitti e di rendita in Italia negli ultimi dieci anni.

Se ancora non vi basta, guardate le indagini sui redditi degli italiani fatta biennalmente dalla Banca d'Italia a partire dagli anni '90: l'indice di Gini sulla ricchezza detenuta dagli italiani, è salito da 0,587 a 0,619 dal 1991 al 2002.

Ecco la mia via per uscire dal capitalismo: aumentare la distribuzione del reddito, a favore dei salari, ed a scapito del profitto e della rendita.
Quando la quota di profitti e rendite saranno (tendenzialmente) a zero, ecco allora che il capitalismo è finito; ma, per dirla con Gattei, non avremo raggiunto il comunismo, bensì il cuccagnismo: orario zero, salario intero! E a produrre saranno le macchine...

Spero questa volta di essere stato abbastanza chiaro, anche perché più di così non ce la faccio "fisicamente". Non pretendo che condividiate le mie argomentazioni, ma spero che le abbiate almeno capite, e che, semmai, le contestiate nel merito. Sarebbe, questo, davvero un bel salto in avanti nel dibattito.