Elezioni politiche 2018: una frattura sistemica

Un'analisi del voto in prospettiva storica

di Andrea Manganaro

Non c'è dubbio: l'esito di queste ultime elezioni politiche costituisce un terremoto di proporzioni imprevedibili alla vigilia, le cui conseguenze politiche saranno probabilmente sistemiche. Molto più di quelle del 1992, considerate in qualche modo le ultime della cosiddetta “prima Repubblica”, forse di più anche rispetto a quelle del 1994 che sancirono – almeno nella prassi – l'avvio della cosiddetta “seconda Repubblica”.

Tre sono gli elementi caratterizzanti di questo sconvolgimento: 1) il minimo storico raggiunto dalle forze della “sinistra” genericamente intese; 2) il sorpasso, nel campo del centrodestra, della “nuova” Lega di stampo nazionalista (se non proprio fascista) nei confronti di Forza Italia; 3) il boom del Movimento 5 Stelle nelle regioni del Sud con percentuali pressoché inedite. Vediamo nel dettaglio questi tre punti.

Il PD ha preso alla Camera il 18,7%. Una percentuale così bassa in una elezione politica il PCI non l'ha mai presa nel dopoguerra, nemmeno in occasione dell'elezione dell'Assemblea Costituente nel 1946, quando ottenne il 18,9%. Vero è che i partiti eredi del PCI sono riusciti a scendere sotto questa percentuale, ma soltanto in due peculiari occasioni: a) nel 1992, al suo debutto, il PDS ottenne il 16,1%, ma scontava la scissione dal PCI della componente di Rifondazione Comunista (che ottenne il 5,1%); b) nel 2001, i DS (anche in questo caso si trattava del debutto) ottennero il 16,6% (sempre con Rifondazione attorno al 5%).

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