"Considerazioni su Perrella e l’epistemologia" di GIULIO CESARE CESARI

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Dato l'interesse di alcuni e lo sconcerto di altri, nel gruppo “La Fornace”, voglio, brevemente, commentare l'articolo "Verso un'epistemologia triadica" di Ettore Perrella. (Leggi sul sito dell'autore)

Trattasi di un articolo, per me, di difficile lettura, non perché sia incomprensibile o poco comprensibile, è di fatto comprensibilissimo, ma arcaico nella sua impostazione, cosa forse non sgradita all'autore, dato che enuncia un programma arcaicizzante ;-).

Già in passato ho manifestato la riluttanza ad interloquire con chi parla di metafisica prescindendo da Carnap; ebbene una variante della stessa sensazione posso esprimerla così: "Come si fa a parlare di epistemologia prescindendo da Kuhn?". Significa buttare tutto il XX secolo!

Il disagio sorge anche dal dover ripercorrere i ragionamenti lontani, quando studente liceale di storia della filosofia affrontai questioni similari a quelle prospettate da Perrella, per dedicarmi, in seguito, all'approccio analitico, ma faccio comunque lo sforzo non potendo escludere a priori che qualche progresso sia possibile. A prima lettura non mi sembra che ci siano stati approfondimenti particolari, anche se trattasi di una buona esposizione di posizioni tradizionali. Naturalmente potrebbe essermi sfuggita qualche sottigliezza, per cui sono aperto al confronto.

Dirò subito che io salvo una parte dell'articolo, quella sulla consequentia mirabilis (comma 😉 4). Intanto l'autore la enuncia correttamente: “se, dalla negazione della proposizione A, si deduce A, allora A è vera” [io però la scriverei in stile più moderno: ( ~A -> A ) -> A ], il che è più di quanto fanno molti, poi la spiega in modo corretto e comprensibile. Di grande interesse sarebbe per me discutere de "La contraddizion che nol consente" dello "Ex falso quodlibet" o del sillogismo in Barbara che ho citato persino in un lavoretto teatrale (noto come 'il dialogo dei transfiniti' o 'l'acrobata') e delle fallacie che impestano il discorso contemporaneo, in particolare quello politico. Qualcuno ricorderà persino la CdCS (Campagna di Chiarificazione Semantica) da me lanciata a livello di massa 😉 nel tardo XX secolo e, per questi fini, una presa di coscienza dei risultati della scolastica è già un passo avanti.

In sintesi, a me l'articolo, pur adatto ad approfondire il pensiero di Palamas, sembra poco utile per un arricchimento sull'epistemologia contemporanea. Darò appena qualche puntatore schematico del perché

1) La scienza di Galileo, dice varie volte l'autore, forse inconsapevole del fatto che la scienza di Galileo è la scienza di Archimede. Ebbene tra le cose che fanno grande Archimede (di cui spero di parlare più diffusamente nell'articolo "Il floppy di Archimede") è una chiara comprensione del metodo assiomatico, cioè della modellistica, ovvero, per umanisteggiare un po', del fatto che la mappa non è il territorio. Affermazioni sulla duplice natura, corpuscolare ed ondulatoria, della luce attestano la sorprendente realtà del fatto che l'epistemologia (nella fisica) del primo XXI secolo non ha ancora raggiunto quella di Archimede. Perrella liquida il metodo assiomatico quale residuo aristotelico, ma sa di cosa si tratta? Dal fatto che dice: "La sola differenza fra ciò che comunemente viene chiamato scienza e ciò che comunemente viene chiamato filosofia sta nel fatto che solo la prima può consentirsi di ricorrere a dei principi assiomatici senza che da questo derivi nessuna falsificazione dei suoi contenuti e dei suoi risultati (se non sul piano etico), mentre la seconda non può fare ricorso a questo metodo senza falsificare totalmente se stessa", sembrerebbe di no. FIII! Fallo di Realismo. Ma in fondo è un platonico, consequitur. Qualcuno dovrebbe dirgli, però, che "Falsificazione" , dopo Popper, ha un significato tecnico ben preciso in epistemologia. Ma forse lo sa e finge di non saperlo, in fondo dice "Tutto ciò ha qualcosa a che vedere con una possibile epistemologia? Naturalmente no, se si pensa che la scienza debba solo considerare le cose del mondo a partire da fondamenti assiomatici indimostrabili, nessuno dei quali è di natura etica."

Ebbene: "La scienza si fonda su principi assiomatici indimostrabili, nessuno dei quali è di natura etica". JC dixit

2) Che mi dice Perrella sulla "Ethica more geometrico demonstrata"? Nulla! Si vede che gli sta antipatica e del resto il programma di rendere scientifica l'etica è speculare al suo e, a mio giudizio, più utile. Del resto uno dei miei "lavoretti" giovanili (17 anni) è stata la giustificazione pragmatica dell'etica che affrontai come esercizio preparatorio alla giustificazione pragmatica dell'induzione. Rimando ad altro momento lo sviluppo del mio "neo-utilitarismo pesato" dove il vero lavoro sta nella matrice di calcolo dei pesi e non in discorsi fumosi, per esigenza di tempo

3) sul non-essere ho già detto

4) Esplicazione o lettura di Palamas? Mi dichiaro non competente

5) Ma gli Enti sono quelli che han smarrito le Entesse? Ma no dai, lui intende Entia! Allora "Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem". E poi si dice Categorie, oggi. Quando mia figlia aveva un anno e mezzo mi lessi il carteggio tra Kuhn e Feyerabend per prepararmi adeguatamente alla sua costruzione di categorie. Si, sono orgoglioso di essere aristotelico, sull'argomento. Dopotutto siamo animali evoluti nella savana, allorché razionali.

6) "Chiamiamo metafisica la scienza dei fondamenti del sapere" Ah Perrè, e se la botte si chiamasse vino ed il vino acqua...

E con l'ultima battuta mi è venuta sete e fame, per cui vos salutem dico,

Jiulius Caesar


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